C’è un momento, passata la paura, in cui tutto torna ad avere un suono diverso, finalmente armonioso. Le serrande si alzano di nuovo al mattino e le sedie rimesse al loro posto, mentre le voci si rincorrono in piazza e i passanti si riaffacciano per il puntuale saluto. Tornano le risate, le chiacchiere. La vita.
Per Andrea Ricci ed il suo “Sativa’s”, in Piazza Andrea Costa, quel momento è arrivato appena pochi giorni dopo le dimissioni dall’ospedale. Troppo forte il richiamo di quel luogo – “casa” – e delle persone – “amici” – che da nove anni costituiscono molto più di una nota realtà commerciale. “Non chiamatemi commerciante, nemmeno imprenditore: mi offendereste”, racconta sorridendo. E soprattutto non chiamatelo negozio: “Questa è casa mia, dove chi viene è ospite e non cliente”.
Parole che ben aiutano a comprendere perché il malore che lo ha colpito giusto lo scorso maggio abbia generato un’ondata di affetto così straordinaria. Perché il Sativa’s, per tanti, non è mai stato soltanto un locale. Per alcuni rappresenta un punto d’incontro, per altri un rifugio. Perfino un luogo dove fermarsi a parlare, dove qualcuno ti ascolta davvero. “Quello che si è creato qui negli anni è qualcosa che va oltre il commercio. È fraternità”, confida Andrea guardandosi attorno. E proprio mentre parla arrivano amici, ragazzi, clienti storici, persone che entrano senza bussare perché, in fondo, si sentono a casa anche loro.
Dopo essere stato dimesso dall’ospedale, il 3 giugno, Andrea non ha perso tempo. “Il giorno dopo ero già qui. Sono venuto a prendere la moto, per sistemare le sedie. Non avevo ancora riaperto, ma sentivo nitido il bisogno di tornare”. Un ritorno quasi istintivo, come se quel luogo dovesse prendere parte alla sua guarigione. Nei giorni successivi ha poi ricominciato gradualmente, poche ore alla volta. Oggi sorride quando racconta che a volte dimentica perfino la gravità di ciò che è successo. “Poi mi rendo conto – scherza – e penso a tutto quello che è accaduto”. E ciò che è accaduto è qualcosa che ancora fatica a realizzare.

Durante i giorni del ricovero, mentre lui lottava per riprendersi, fuori dall’ospedale e in città si muoveva una comunità intera: la “sua” Cesenatico. Messaggi, telefonate, pensieri ricorrenti. La serata musicale organizzata davanti alla serranda abbassata del Sativa’s. Persone che chiedevano continuamente notizie, anche senza conoscerlo davvero. “Ho scoperto che se ne è parlato tantissimo. E la cosa più bella è stata notare l’affetto di persone che magari conoscevo appena di vista. Persone con cui c’era solo un saluto formale che, invece, si sono preoccupate per me”.
Un affetto che continua ancora oggi. “Adesso si è creato un gruppo di ragazzi, di amici che insiste per venire a trovarmi e darmi una mano. Alcuni potrebbero essere miei figli per l’età che hanno, ma questi rapporti vanno oltre tutto il resto”. Andrea indica uno dei giovani seduti poco distante: “Lui potrebbe essere mio figlio, invece è mio fratello”. Una frase che racconta meglio di qualsiasi spiegazione il legame nato attorno a questo angolo di piazza.
Perché al Sativa’s una birra spesso è soltanto una scusa: la vera attrazione è la conversazione. “La chiacchiera sta alla conversazione – chiarisce Andrea – come la vacanza sta al viaggio: qui si viaggia”. Ed è forse questo il segreto dietro un posto diventato negli anni autentico riferimento. Ogni oggetto racconta una storia, mentre ogni persona che entra trova spazio per raccontare la propria. “All’inizio speravo solo che il nome dell’attività si diffondesse, che la gente ne parlasse bene. Ora, invece, mi emoziono quando sento dire: “Andiamo da Andrea”. Non al Sativa’s, ma da Andrea. Questo mi riempie il cuore”.
Le sue parole si interrompono spesso per salutare qualcuno: una ragazza passa per chiedere come sta, un amico si ferma per una battuta, un altro entra e resta mezz’ora a parlare. Sono scene normali, che oggi appaiono straordinarie. Perché raccontano il valore autentico di una comunità che si è incontrata e ora si stringe nel momento del bisogno.
Andrea non nasconde la gratitudine verso chi gli ha salvato la vita quel giorno. Due soccorritori che passavano proprio in quel momento, le persone intervenute immediatamente, chi ha utilizzato il defibrillatore. “Se volessi scrivere un film non riuscirei a mettere in fila tutti questi elementi. Vorrei abbracciare ognuno di loro, ogni giorno”.
Ma accanto alla riconoscenza c’è anche una consapevolezza nuova. “La salute è importante, i soldi sono una semplice conseguenza. Ciò che conta davvero sono le persone”.

Ed è questa la lezione più forte che questa storia lascia a Cesenatico, perché quella sera, mentre Andrea si accasciava davanti alla sua attività, la città si è fermata. E il giorno in cui è tornato dietro quel bancone, la città ha sorriso come si sorride quando torna a casa qualcuno di famiglia. Perché il Sativa’s non è soltanto un locale, Andrea non è soltanto il suo titolare. È il custode di un luogo dove le relazioni sono priorità, dove le persone contano più dell’incasso. Dove una semplice birra può diventare l’inizio di un’amicizia.
“Quando apro gli occhi al mattino – racconta – non penso di andare a lavorare. Penso di venire qui”. A casa. E oggi, dopo tanta paura, quella casa è di nuovo piena di vita.