7 Novembre, 2026 Cesenatico

Apologia del semplicismo: analisi del fenomeno Mercadini

C’è chi lo considera uno dei più brillanti intellettuali dei giorni nostri. E sicuramente ci credono in tanti vista la marea di lauti ingaggi che, alla faccia del “nemo propheta in patria”, inanella soprattutto dalle nostre parti (l’ultimo proprio ieri alla XVII edizione del Premio Moretti). 

Roberto Mercadini – drammaturgo, scrittore, poeta e youtuber – del resto, ha il physique du rôle perfetto: occhiali importanti, barba cenere da presocratico, voce scorticata e gestualità ampia; basta un’inquadratura e il personaggio prende il sopravvento sull’argomento. 

La sua forza non è l’idea, è la messinscena dell’idea. Se traslasse in un altro corpo – voce meno telegenica, mimica discreta, postura asciutta – i suoi concetti scivolerebbero via come didascalie.

Il suo atlante è onnivoro: Hitler e la nonna, ebraismo e fisica delle particelle, Benigni e spicciolo buonsenso; tutto diventa materia di racconto, mai di verifica. È il tuttologo mite, che rassicura più di quanto interroghi. 

Le pagine dei suoi libri sono corpose, i video lunghi, gli spettacoli ancor di più: un’espansione costante che scambia la quantità per densità. Asciughi le frasi e resta spesso un nucleo elementare, un “lo sappiamo già” che la retorica ha mascherato da rivelazione.

C’è poi la metafora a effetto, il paradosso ben pettinato, la citazione che fa sentire colti senza chiedere davvero di pensare. Piace perché solleva dalla fatica dell’approfondimento, non perché apre un varco nella mente. In questo senso, benchè prediliga ritmi slow, Mercadini è perfetto per quest’epoca “Fast”, rapida, omologata e benpensante: offre il ritmo della riflessione senza il rischio del pensiero. Per dirla con il gergo degli instagrammer, sarebbe il bersaglio perfetto per “Accorciabro”.

Non nego il talento dell’affabulazione né l’onestà del lavoro. Dico però che confondere il sofismo con il genio è un errore d’etichetta. Il pensiero graffia, incrina, mette a disagio; la sua oratoria invece liscia, allarga, avvolge. L’impronta che lascia è soprattutto tattile: la memoria del tono, non la memoria di una tesi.

Capita, periodicamente, che il mercato elegga un “filosofo pop” da tenere sul comodino: anche se non ce ne frega niente dei sumeri e di Babilonia, fa status dirsi suoi lettori, come entrare nel sancta sanctorum di un club aristocratico. Mercadini è il campione del momento. Buon per lui, meno per chi scambia il conforto del racconto enciclopedico per il fascino sexy dell’intelletto. 

In fondo, quando i tomi vengono spremuti e i monologhi ridotti all’osso, ciò che resta sono due idee che non passeranno alla storia: passeranno bene, questo sì. E forse, per molti, è già abbastanza. Perchè siamo fatti così: attratti dal profumo, mai dalla sostanza.

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