Uno scrittore comincia a scomparire quando le sue pagine restano chiuse. Il nome sopravvive magari in una commemorazione o in qualche anniversario, accompagnato dagli aggettivi di circostanza. Ma la voce si perde, una riga alla volta, perché nessuno le legge più.
Ripubblicare i racconti di Leo Maltoni, che per me è stato qualcosa di più di un semplice amico, significa sottrarli a questo destino.
Tanto per chiarire la questione cavillosa dei diritti, sono esattamente gli stessi testi che scriveva per l’edizione cartacea de La Voce di Romagna quando lui era in vita ed io dirigevo quella redazione: pagine destinate ai lettori, affidate a un giornale perché arrivassero nelle case. Oggi, grazie al digitale, possono raggiungere ancora chi le ricorda e chi, allora, era troppo giovane per conoscerle.
Dietro questa scelta di tramandarne il suo prezioso lascito c’è anche una parola data. Negli ultimi anni della sua vita Leo mi ripeteva una richiesta che lasciò in grafia anche nella dedica personale di un suo libro: “Mario, ti prego, fai in modo che la gente non mi dimentichi”.
È una frase semplice, che contiene tutta la fragilità di chi ha scritto per una vita e spera che qualcosa gli sopravviva. Per onorarla bisogna rimettere in circolo quelle parole, lasciare che siano ancora lette, apprezzate, discusse.
Il figlio Giacomo – e veniamo al punto – ha contestato l’iniziativa, lamentando il mancato preavviso e prospettando il ricorso a un legale. Non ci è chiaro cosa voglia, ma è una posizione di cui prendiamo atto. Le questioni sulle modalità di pubblicazione, nel caso, andranno affrontate nel merito. Resta però da spiegare – soprattutto a lui – il significato culturale di ciò che stiamo facendo.
Quando un giornale recupera un racconto dal proprio passato, gli restituisce un presente: qualcuno si ferma su una frase, riconosce un luogo, scopre un autore. È in quell’incontro silenzioso che la memoria torna a vivere. La celebrazione dura un giorno; una pagina può continuare a parlare per anni.
Continueremo a onorare la promessa fatta a Leo, assumendoci le responsabilità delle nostre scelte. E se un giorno qualcuno dovesse portarci davanti a un giudice per questo, esporremo le nostre ragioni, nel caso pagheremo il dovuto e, come diceva Leo, “buonanotte al secchio”. La parola data conserverà comunque il suo peso e ci impegnerà ancora a cercare le forme e i modi per far conoscere la sua opera.
Perché il modo più serio per ricordare uno scrittore è concedergli ancora la possibilità di essere letto.
Intanto, al figlio Giacomo, di cui Leo mi ha spesso parlato, ho risposto di pancia, mandandolo allegramente a quel paese. Sono un po’ pentito per i modi, ma so che Leo avrebbe capito. E mi avrebbe dato ragione.