Vicende come quella emersa nel carcere di Forlì non sono soltanto cronaca giudiziaria: sono squarci su un’ombra che attraversa le nostre istituzioni. Un telefono cellulare che dalle mani di un agente finisce in quelle di un detenuto non è un dettaglio di colore, ma il simbolo di una frattura tra chi dovrebbe garantire legalità e chi la legalità l’ha violata.
Siamo abituati a collocare certe dinamiche altrove, nelle periferie raccontate da “Gomorra”, in scenari in cui lo Stato è distante e la criminalità sembra l’unica autorità riconosciuta. E invece episodi del genere avvengono sotto casa nostra, in Romagna, nel cuore di territori che amiamo descrivere come operosi, civili, immuni dalle contaminazioni del malaffare. Ed è questa vicinanza a renderli più inquietanti.
Non si tratta di puntare il dito contro singole persone prima che ogni responsabilità sia accertata (il processo è ancora in corso). Si tratta, però, di riconoscere che esistono zone grigie, apparati vulnerabili, spiragli attraverso cui possono insinuarsi complicità, omissioni, convenienze. Quando un carcere, luogo-simbolo dell’autorità dello Stato, diventa teatro potenziale di traffici e opacità, la domanda è inevitabile: se accade qui, dove altro può accadere?
Chiedersi della salubrità delle istituzioni non è mancanza di fiducia: è l’unico modo serio per rafforzarle. È pretendere che chi indossa una divisa, chi custodisce una chiave, chi firma un atto pubblico, sappia di muoversi dentro un perimetro etico rigoroso e davvero vigilato. Ogni cedimento, anche minimo, costruisce passo dopo passo la “Gomorra della porta accanto”: non quella delle faide clamorose, ma quella dei favori indebiti, delle regole aggirate, degli occhi chiusi per quieto vivere.
Questo episodio, qualunque sarà l’esito del processo, ricorda che la legalità non è mai un patrimonio acquisito. È una pratica quotidiana che richiede selezione, formazione, responsabilità a tutti i livelli. Quando smettiamo di farci domande, quando accettiamo come “normali” le crepe nei luoghi dello Stato, Gomorra smette di essere un racconto lontano e si affaccia sul pianerottolo di casa.
Per evitarlo serve uno scatto collettivo: della politica, che garantisca mezzi e controlli; delle amministrazioni, che chiudano le zone grigie; dei cittadini, che rifiutino l’indifferenza. Vigilare sulle istituzioni non significa delegittimarle, ma proteggerle. Solo così la Gomorra della porta accanto resta un avvertimento e non diventa il nostro quotidiano.