A Cervia il primo partito non ha simbolo, non ha comitati, non ha candidati. È il partito dell’astensione. Ha “raccolto” quasi un elettore su due, lasciando alle urne appena il 50,63% degli aventi diritto: un dato storicamente pesante, quasi un referto clinico più che una percentuale.
Dentro questo vuoto democratico, Boschetti ha potuto superare con relativa agilità la soglia della maggioranza assoluta, evitando quel ballottaggio che, con un centrodestra ricompattato, avrebbe potuto rendere assai meno scontato il governo della città. Soprattutto dopo il dramma politico della stagione Missiroli: il sindaco commissariato, il sindaco esautorato, la ferita istituzionale che ha consegnato Cervia a una pagina di fragilità amministrativa.
Il paradosso è tutto qui: quella vicenda non ha prodotto una disaffezione trasversale. O almeno non in misura uguale. Ha colpito soprattutto il campo alternativo al centrosinistra, mentre il popolo della sinistra, quando sente il richiamo della trincea, torna disciplinatamente al voto. Il Pd ha risposto presente. Una parte consistente dell’altra metà della città, invece, è rimasta a casa, al mare, altrove. Più cabina balneare che cabina elettorale.
Naturalmente nessuno può dire che chi non ha votato avrebbe scelto automaticamente il centrodestra. Sarebbe una scorciatoia analitica. Ma un dato politico emerge con chiarezza: quando l’affluenza scende, il centrosinistra regge meglio; quando il centrodestra non mobilita, perde prima ancora di contare i voti.
Ed è qui che Cervia parla anche a Cesenatico. Le due città non sono identiche, ma si assomigliano: turismo, sicurezza, commercio, forese, equilibrio delicato tra rendita balneare e vita quotidiana. Se il centrodestra vuole avere chance nella primavera 2027, non dovrà limitarsi a parlare ai suoi. Dovrà riportare alle urne chi oggi non crede più che il voto serva a qualcosa.
Perché la vera sfida non è conquistare il consenso rumoroso. È stanare il dissenso muto.