22 Settembre, 2026 Cesenatico

Cesenatico e l’onorificenza al Duce: revocare, un secolo dopo

Revocare oggi la cittadinanza onoraria a Mussolini non è una banale pratica notarile. Nel 1924 quella onorificenza nacque dentro una cultura politica che pretendeva consenso rituale, un’educazione civica rovesciata in fede: l’Italia “fascistizzata” ordinò ai municipi di applaudire, e i municipi applaudirono. 

Ricordarlo oggi non significa infliggere colpe retroattive, ma riconoscere come le istituzioni locali furono usate per costruire la narrazione del regime. Cent’anni dopo, togliere quel sigillo significa rimettere in ordine la grammatica civica: non punire i morti, ma dire ai vivi che le nostre case comunali non celebrano chi negò libertà, partiti, stampa, Parlamento, dignità degli avversari.

Le ragioni per la revoca sono quindi nitide. Primo: la coerenza costituzionale. Un Comune democratico non mantiene nel proprio albo d’onore chi fu simbolo e motore di leggi liberticide e violenza politica. Secondo: la pedagogia della memoria. Gli onori non sono archivi inerti; parlano a scuole, associazioni, turisti, generazioni nuove. Terzo: la restituzione del senso agli atti. Se il conferimento nacque sotto costrizione culturale e conformismo politico, revocarlo è riaffermare l’autonomia critica della comunità.

Esistono anche ragioni contro. L’anacronismo: che senso ha correggere oggi le lapidi mentre mancano case, medici, salari, trasporti? E poi c’è il rischio della deriva populista, ovvero trasformare la memoria storica in liturgia con maggioranze e opposizioni a scorticarsi con gesti identitari. E infine la demagogia del ravvedimento postumo: un atto simbolico non risarcisce ingiustizie, non amplia diritti, non migliora servizi. 

Se Cesenatico sceglierà la revoca, va bene: la compia con misura e senza compiacimenti — un atto breve, motivato, accompagnato da toni sobri — ma non la usi. Non la usi come megafono identitario né come scenografia strumentale per recite di parte. 

La memoria è un bene comune e non regge se diventa macigno: non sia dunque il pretesto per riedizioni di processi politici, né l’occasione per dipingere la destra di oggi con i colori di ieri. La destra repubblicana, nelle sue molte differenze, ha già gli strumenti culturali per ripudiare il fascismo; chiamarla al banco degli imputati per un secolo fa significa confondere la cronaca con la storia e consegnare il dibattito alla facile retorica. 

La revoca, se verrà, sia un punto fermo e non un grimaldello: un gesto continente e maturo che chiude una pagina e non apre crociate, che corregge un albo d’onore senza trasformarlo in tribunale permanente, che parla ai giovani senza demonizzare gli avversari. 

La città non ha bisogno di dita puntate, ma di mani tese: alla ricerca, alla cura, all’inclusione. Solo così la revoca non diventerà un trofeo per pochi, ma una regola di convivenza civile per tutti. Non un vessillo da brandire, ma un promemoria discreto su chi siamo oggi: una comunità libera che riconosce gli errori del passato senza usarli per costruire caricature nel presente.

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