“Giacché c’erano, potevano mettere uno stand a Zadina”. La battuta, raccolta tra i corridoi della fiera, fotografa meglio di qualsiasi analisi la sensazione lasciata dall’ultima edizione di Cicloevento: spazi larghi, stand distanziati, vuoti mascherati con fatica. Non una débâcle, ma un segnale sì. E piuttosto chiaro.
Il punto non è mettere in discussione il valore dell’evento, che resta un patrimonio turistico e identitario del territorio. Né sostenere che non serva più. Sarebbe un errore clamoroso. Il punto è un altro: Cicloevento, così com’è, non è più competitivo.
La formula della fiera tradizionale, fatta di stand, gazebo, marchi allineati e passaggio dei ciclisti, appare logorata. Molte aziende non credono più in questo modello, tanto più in un settore che – dopo il boom post Covid – ha conosciuto una frenata pesante, con magazzini pieni, margini compressi e investimenti selezionati. Il mercato oggi non concede presenze per inerzia.
Altrove, chi funziona ha cambiato passo. L’Italian Bike Festival di Misano ha costruito un contenitore esperienziale, con test, community, contenuti e una forte identità di sistema; sul piano internazionale, eventi come Eurobike, Taipei Cycle e Sea Otter Classic continuano a vivere perché interpretano il mercato, non si limitano ad ospitarlo.
Pensare che il solo traino della Nove Colli basti a riempire Cicloevento è oggi un equivoco. La granfondo porta pubblico, storia e prestigio. Ma non può supplire da sola alla mancanza di un progetto fieristico moderno che qualche anno fa era spalmato nell’arco di una settimana (ricordate la Settimana del Ciclismo?) e che oggi garantisce un colpo d’occhio all’altezza solo il sabato.
Non servono drammi, serve lucidità. Il villaggio deve restare, ma va completamente ristudiato: meno fiera generica, più esperienza; meno riempimento degli spazi, più contenuti; meno nostalgia, più visione. Cicloevento serve ancora. Proprio per questo, non può più restare quello che è.
