C’è qualcosa di stonato, quasi offensivo, nel modo in cui Confcommercio continua a “non capire”. Non capire il clima, non capire la fatica, non capire la rabbia muta di chi ogni mese fa i conti con affitti fuori scala, tasse che non perdonano, margini risicati e clientela risucchiata altrove.
Eppure eccola: arriva a Cesenatico e sceglie di festeggiare se stessa nel luogo più scenografico possibile, il Grand Hotel Da Vinci. Non un teatro popolare, non una piazza, non un simbolo di sobrietà quotidiana: una sala da cartolina. Un’autocelebrazione a cinque stelle, con quel retrogusto strafottente di chi si fotografa sorridente mentre, fuori, il negozio accanto ha già tolto l’insegna.
E allora viene spontanea una domanda, semplice e feroce: quante iniziative concrete si potevano fare con le stesse energie spese per la passerella? Quante campagne di sensibilizzazione per far tornare le persone a comprare sotto casa, quante azioni di pressione reale su affitti e fiscalità, quanta battaglia – vera, non di facciata – contro un modello che ha spinto il commercio verso i centri commerciali prima e verso l’online poi?
Perché il punto è questo: mentre Confcommercio compra spazi sui giornali per raccontarsi, la città perde spazi reali. Mentre si affittano cornici sontuose per applaudirsi, le cornici delle vetrine restano vuote. Lì fuori la festa non c’è: ci sono serrande abbassate, luci spente, “affittasi” che diventano arredamento urbano.
Si può chiamare “anniversario”, “convegno”, “riconoscimento alle imprese storiche”. Ma l’immagine che resta è quella di un’organizzazione che pretende di rappresentare il commercio mentre celebra se stessa come se nulla stesse crollando.
E se davvero ai commercianti sta a cuore la città – con tutto il rispetto per chi giovedì sera è tornato a casa con la sua bella pergamena incorniciata – forse la risposta più dignitosa non era applaudire, ma disertare. Lasciando Confcommercio sola con la propria prosopopea, a brindare in salotto mentre il quartiere si svuota.
Perché una rappresentanza che non sente il rumore delle serrande che scendono non è una guida: è un’eco. E l’eco, per definizione, arriva sempre troppo tardi.