Si inaugura un’installazione e, per una volta, non è solo un’opera. È uno specchio. “L’Umanità”, il progetto diffuso dedicato alle 4.488 vittime del Covid nella provincia di Bologna, nasce da lenzuoli ospedalieri cuciti insieme (come le coperte dei morti di Aids negli anni ’90) e trasformati in memoria visibile, quasi ostinata.
Un gesto sobrio, civile, necessario. E già questo dovrebbe bastare a inquietare: a ricordarci che cosa è stato quel tempo devono pensarci dei nomi ricamati sul tessuto, dei fiori deposti davanti agli ospedali, un’opera d’arte che supplisce a ciò che la coscienza pubblica, da sola, non è riuscita a trattenere.
Hanno ragione i medici quando parlano di “amnesia collettiva”. Hanno ragione quando dicono che, finita l’emergenza, si è dissolto anche quel sentimento di fratellanza che nel pieno della paura sembrava averci restituito una verità elementare: da soli non ci si salva. Per qualche mese lo avevamo capito tutti. Avevamo capito che la salute non è una faccenda privata, che la fragilità di uno riguarda la sicurezza di tutti, che la sanità pubblica non è un ramo accessorio dello Stato, ma una delle sue ragioni fondanti.
Sembrava una lezione durissima e dunque indimenticabile. Invece è accaduto il contrario. Quella lezione è stata archiviata in fretta, quasi con sollievo, come si chiude una parentesi scomoda. Abbiamo voluto convincerci che il peggio era passato, evitando accuratamente di chiederci che cosa quel peggio avrebbe dovuto cambiare. Così la memoria si è ridotta a rito, la gratitudine a formula, l’esperienza a un anniversario da celebrare una volta l’anno.
Il paradosso è tutto qui. Il Covid avrebbe potuto renderci più seri, più consapevoli, persino più maturi. Più attenti al valore del pubblico, al lavoro di chi cura, alla necessità di investire nei servizi essenziali prima che esploda l’emergenza, non mentre la si rincorre. Invece siamo tornati rapidamente alle vecchie abitudini: la sfiducia verso le istituzioni, la politica senza visione, l’idea che la sanità sia decisiva soltanto quando ci tocca personalmente e con urgenza. Abbiamo applaudito medici e infermieri, salvo poi dimenticarli. Abbiamo celebrato la dedizione, salvo poi lesinare sostegno. Abbiamo evocato la comunità, salvo poi ricadere nell’individualismo di sempre.
Ed è qui che le parole pronunciate a Bologna suonano più vere che rituali. Perché non dicono soltanto che ci manca memoria. Dicono qualcosa di peggio: che abbiamo perso un’occasione. L’occasione di uscire dalla pandemia non solo vivi, ma diversi. Più coscienti del limite, più rispettosi del bene comune, meno arroganti nelle pretese e più esigenti nelle priorità collettive. Non è andata così. Il dolore non si è trasformato in responsabilità. La paura non si è fatta lungimiranza. La prova non è diventata svolta.
Per questo “L’Umanità” conta. Perché la memoria, quando è autentica, non consola: disturba. Non si limita a commemorare, ma interroga. Ci dice che avevamo intravisto un Paese migliore e lo abbiamo lasciato svanire. Non per fatalità, ma per inerzia. E l’inerzia, nella vita pubblica, è spesso il nome elegante della rinuncia.
Ricordare le vittime del Covid, allora, non può voler dire soltanto onorarle. Deve significare non tradire ciò che ci avevano insegnato. La fratellanza di quei mesi non era retorica: era necessità. Averla dimenticata è il vero fallimento del dopo-pandemia. E nessuna targa, da sola, potrà assolverci.