Il punto non è se Corona sia simpatico o detestabile. La questione è perché un sistema che pretende legalità, garanzie e responsabilità sembri del tutto incapace di fermare chi, giorno dopo giorno, trasforma la violazione delle regole in intrattenimento.
Il copione è sempre lo stesso, ed è collaudato. Si prende un nome noto, gli si incolla addosso un sospetto, una voce, un “so cose”, un “me l’ha detto una fonte”. Nessuna prova certa, solo allusioni ben confezionate, magari condite da qualche intervista lautamente retribuita. Poi si pubblica. Il resto lo fa la folla: commenti, insulti, gogna.
Se domani salta fuori che era falso, non cambia nulla. La smentita non ha lo stesso peso dell’accusa. Non diventa virale, non resta in memoria, non ripara il danno. L’umiliazione sì. Quella resta.
Lo abbiamo visto più volte: notizie inventate, ricostruzioni smentite, narrazioni crollate nel giro di poche ore. Dalla morte di Papa Bergoglio al divorzio di Diletta Leotta “dopo un anno”. Ma nel suo ecosistema la verità è un elemento secondario. Conta solo ciò che performa. Se non genera clic, abbonamenti, attenzione, non serve.
Ora il format si ripresenta con l’affaire Signorini. Stesso schema, volume più alto. Accuse pecorecce, mezze frasi, nomi di terzi trascinati dentro senza possibilità di replica. E perfino l’annuncio di contenuti sessuali privati da monetizzare.
Qui non siamo più nel gossip. Qui si entra in un’area penale precisa, quella del revenge porn, dove – se davvero circolano immagini intime senza consenso – non esiste ambiguità: è un reato serio, devastante, perseguito dalla legge.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché non succede nulla, subito? Perché la giustizia non funziona come un feed. Perché la diffamazione richiede querele, tempi, passaggi formali. Perché molte fattispecie sono procedibili solo se la persona offesa decide di esporsi. Perché l’arresto non è un click, ma l’esito di presupposti giuridici precisi.
Ma soprattutto perché, nel frattempo, il sistema premia chi sbaglia. Più urli, più monetizzi. Più oltrepassi il limite, più vieni invitato. Il linciaggio mediatico genera traffico. E il traffico genera valore.
Corona non è uno spam di questa società. È un prodotto riuscito. Un modello economico basato su insinuazione, scandalo, impunità narrativa. E mentre a giornali e cronisti si chiede – giustamente – rigore, verifiche, proporzione, a lui si concede tutto: può dire, insinuare, distruggere reputazioni e poi passare oltre. Prima Piersilvio, poi Maria, ora Signorini. Ogni volta un bersaglio nuovo, ogni volta una scia di fango.
Quando, una volta ogni tanto, qualcosa si rivela vero, quel colpo diventa l’alibi perfetto: “vedete? aveva ragione”. Ma non è giornalismo. È roulette. E vincere una mano non trasforma il gioco in un mestiere.
Il problema, però, non è (solo) lui.
È il contesto che lo rende possibile. È la contraddizione profonda di una società che pretende etica dall’informazione tradizionale e poi applaude l’impunità degli urlatori digitali. Così facendo, non stiamo eliminando gli abusi: stiamo solo spostando il potere. Dalle redazioni ai tribunali di TikTok, dove non esiste rettifica, non esiste responsabilità, non esiste memoria.
Esiste solo una cosa: il prossimo bersaglio. E quando la legge arriva, spesso è già troppo tardi.
Ps anche io so un sacco di cose imbarazzanti su Corona, molte viste con i miei stessi occhi. Ma io sono un giornalista, non un pagliaccio “acchiappa like”. E quindi Fabrizio può contare sulla mia discrezione…