7 Novembre, 2026 Cesenatico

Cpr, Bologna e il Pd: quando l’immigrazione smette di essere un monolite (anche a sinistra)

C’è un caso che sta incendiando Bologna: il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spinge per l’apertura di un Centro di permanenza per i rimpatri, il Cpr, e il sindaco Matteo Lepore alza un muro netto. “Finché sono sindaco io, a Bologna non si farà”, è la sostanza. 

Lepore rivendica numeri e argomenti: secondo lui i Cpr non funzionano come strumento di rimpatrio, finiscono per trattenere soprattutto persone con problemi amministrativi legati al permesso di soggiorno o alle procedure di protezione, e non rispondono alla narrazione “servono per i pericolosi”. 

Da qui la sua controproposta: più agenti, più presenza sul territorio e, soprattutto, norme diverse per chi delinque ed è recidivo. Insomma: se l’obiettivo è la sicurezza, dice Lepore, non è il Cpr la leva giusta.

Ma la notizia politica vera sta nel resto della partita: mentre Bologna chiude la porta, la Regione lascia uno spiraglio. Michele de Pascale, presidente dell’Emilia-Romagna, non rompe con Roma a priori e si dice disponibile a un confronto con il Viminale, a patto che non diventi un braccio di ferro “simbolico” sotto le Due Torri. Tradotto: se davvero si vuole un accordo su sicurezza e rimpatri, si può ragionare su un Cpr in regione, magari in una sede alternativa logisticamente comoda e politicamente meno esplosiva. 

E lì scatta la frizione con Palazzo d’Accursio: l’apertura di de Pascale viene vissuta come un intervento “a gamba tesa” dentro una maggioranza che a Bologna ha una posizione granitica.

Ed è qui che la vicenda diventa più grande del singolo Cpr. Per anni, almeno nel racconto pubblico, la sinistra – e il Pd in particolare – è apparsa compatta: accoglienza come bussola morale, diffidenza verso strumenti percepiti come detentivi e una certa allergia a lasciare al centrodestra l’egemonia del tema sicurezza. 

Quel “monolite” non era perfetto, ma era riconoscibile. Oggi, invece, l’immigrazione smette di essere lineare: pesa la pressione sulle città, contano i numeri reali, la percezione di insicurezza, le richieste degli amministratori locali e anche la competizione elettorale. La stessa parola “sicurezza” non è più solo un terreno “degli altri”, ma un campo in cui parte del centrosinistra prova a giocare senza farsi dettare l’agenda.

Il punto non è che la sinistra sia diventata improvvisamente “dura”. Il punto è che sta emergendo un conflitto interno tra due esigenze: provare a tenere una postura di diritti e garanzie e, nel contempo, rispondere a un elettorato che chiede gestione, controllo, efficacia. 

Lepore rappresenta la linea del no secco: niente Cpr a Bologna e critica radicale dello strumento. De Pascale, invece, sembra cercare una mediazione: non regalare bandiere identitarie al governo, ma neppure lasciare scoperto il fianco su un tema che, piaccia o no, decide consensi. 

È una crepa politica, non solo amministrativa. E dice una cosa semplice: sull’immigrazione, anche a sinistra, la fase della “coerenza automatica” sta finendo. Ora comincia quella dei dubbi. E delle scelte che dividono.

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