Per chi, come il sottoscritto, fa questa professione da tanto tempo, l’America — dove la diffamazione a mezzo stampa è storicamente difficile da provare per i personaggi pubblici — è sempre stata un eldorado del diritto di cronaca e della libertà di stampa.
Oggi, invece, la bussola impazzisce. Il nuovo regolamento del Pentagono pretende che i reporter ottengano un via libera preventivo anche per informazioni non classificate: chi sgarra rischia i badge. È un salto concettuale — dalla trasparenza al permesso — che le principali testate e parlamentari di entrambi i partiti denunciano come censura di Stato.
Sul fronte giudiziario, l’ex presidente ha trasformato le aule in un ring comunicativo: giornalisti esodati (l’ultimo David Letterman), cause per miliardi contro New York Times e altre testate, nonostante i tribunali abbiano già bocciato ricorsi simili (come quello contro CNN nel 2023). L’obiettivo non è vincere: è logorare, intimidire, alzare il costo dell’informazione scomoda.
Tutto si inserisce in una cornice strategica: la cassetta degli attrezzi di “Project 2025”, che teorizza un presidente capace di rimodellare i media pubblici fino a ridisegnare la comunicazione istituzionale come “organo di governo”. Osservatori indipendenti avvertono che molte mosse dell’esecutivo ne ricalcano il disegno: dalla politicizzazione degli arbitri (FCC, USAGM) all’uso selettivo degli accessi.
Il risultato? Un clima da “Pravda sovietica”: Committee to Protect Journalists parla di “pressioni crescenti che minano la capacità delle redazioni di informare”, mentre Reporters Sans Frontières registra un declino prolungato della libertà di stampa negli USA, acuito dal ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Non è (ancora) la Corea del Nord di Kim Jong-un, ma quando il potere esige il silenzio prima della pubblicazione, la democrazia ha già concesso troppo. E per noi cronisti l’eldorado non è più una destinazione: è un promemoria di ciò che possiamo perdere.