7 Novembre, 2026 Cesenatico

Ducati non è la Ferrari: e il tricolore non è un adesivo

Diciamolo da italiani, con schiena dritta: Ducati è un’eccellenza industriale, un patrimonio di competenze, ma non può chiedere al pubblico di tifare “per decreto”. La Ferrari (che tifiamo a prescindere da chi ci sia al volante) è un mito costruito in decenni di identificazione emotiva; la MotoGP, invece, vive di biografie, di simmetrie patriottiche, di empatia con il pilota. 

Marc Márquez ha vinto il Mondiale e, da oggi, a Borgo Panigale si stapperanno bottiglie, e buona così: è un trionfo tecnico. Ma chiedere che ogni italiano esulti “perché la moto è italiana” confonde la fabbrica con la bandiera. Il tricolore non è un adesivo da appiccicare sul serbatoio.

Patriottismo non significa chiudere le porte al talento straniero: significa dire la verità su ciò che si festeggia. Onoriamo chi costruisce moto straordinarie, ma non si requisisce il cuore dei tifosi. Il tifo si guadagna, non si esige: con piloti che parlano la lingua delle nostre curve, con una narrativa che unisca, non che impartisca ordini d’amore.

Gli esempi oltre i motori aiutano a capire. Carlo Ancelotti guida il Brasile dal 26 maggio 2025: farà il suo dovere fino in fondo, e noi il nostro: tifare Italia senza esitazioni, anche contro un grande italiano che, in spregio ad ogni senso di appartenenza, potrebbe regalarci una delusione mondiale. Roberto Mancini ha guidato l’Arabia Saudita dal 2023 a ottobre 2024: scelta legittima, ma andarsene per i Petrodollari giustifica un embargo professionale che, mi auguro, duri ancora a lungo. Nel volley, Daniele Santarelli con la Turchia femminile e Gianlorenzo Blengini con la Bulgaria maschile lavorano con professionalità: bene così, però il tricolore non è intercambiabile a piacere. Andrea Giani, ex simbolo del nostro volley, ha esultato in maniera vergognosa per la Francia che ha eliminato l’Italia alle ultime Olimpiadi: corretto per il ruolo, doloroso per noi, che restiamo italiani anche quando brucia. Recente il caso di Sergio Scariolo con la Spagna del basket maschile: rispetto per la carriera, ma basta confondere contratti con appartenenze.

Ecco la misura giusta: pretendiamo eccellenza italiana senza chiedere fedeltà cieca. Che Ducati continui a vincere, ma con umiltà nel racconto; che i nostri tecnici nel mondo portino onore all’Italia senza usare l’Italia come slogan. 

Perché il patriottismo non è una posa: è un patto. E il patto, nello sport come nella vita, si mantiene con coerenza, non con la propaganda.

Quando il rosso di Borgo Panigale saprà suonare davvero l’inno nel cuore dei tifosi, allora la festa dell’azienda diventerà anche la festa del Paese. Fino ad allora: onore al merito, ma rispetto per il nostro tricolore.

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