C’è un sottile fil rouge che unisce due biografie all’apparenza così lontane: Pasolini cade nella notte di Ostia, sulla sabbia che inghiotte la sua voce; don Benzi muore a Rimini, città delle sue ronde notturne tra stazioni e marciapiedi. L’uno cercava parole definitive, l’altro volti da chiamare per nome. Entrambi scelsero la notte come luogo della verità: Pasolini per smascherare le ipocrisie della luce; Benzi per incontrare chi alla luce non poteva stare.
Pasolini fu profeta di una mutazione antropologica: il consumismo che rende uguali cancellando differenze, dialetti, desideri non omologati. Don Benzi denunciò un’altra omologazione: quella che trasforma persone in merci, nelle dipendenze, nella tratta, nell’abbandono dei fragili. Due militanze diverse, stesso bersaglio: un Paese che rischiava di perdere l’anima.
Anche i loro strumenti furono speculari. Pasolini scelse la poesia, il cinema, l’articolo corsaro: un’estetica del contraccolpo, che ancora oggi picchia sulle tempie. Don Benzi scelse l’azione che diventa racconto: portare a casa chi viveva in strada, aprire comunità, chiamare per nome “figlie” le donne sfruttate. Uno “scriveva” con sequenze e invettive; l’altro “montava” scene di vita, finché l’inquadratura non cambiasse davvero.
Il 2 novembre, giorno dei morti, li ha messi accanto come in un trittico laico: memoria, denuncia, speranza. Pasolini ci consegna la domanda scomoda – “a chi stiamo diventando simili?”; Benzi offre una risposta operativa: “diventiamo simili a chi ha bisogno”. Se il primo indicò l’abisso, il secondo insegnò a calarci una corda.
Due notti, uno stesso mare. Dopo, resta un’alba possibile: una lingua più vera e una città più umana. Entrambe, oggi, tocca a noi continuare.