7 Novembre, 2026 Cesenatico

Enzo Iacchetti, il comico col megafono stonato

C’è un momento, nella vita dei personaggi famosi, in cui lo specchio smette di riflettere e comincia ad applaudire. È lì che nasce l’“opinionista per notorietà”: non perché abbia faticato tra archivi, carte, fonti, ma perché la sua immagine, più banalmente, “buca lo schermo”. 

Enzo Iacchetti, comico di lungo corso, incarna questo scarto: dal bancone della satira alla cattedra geopolitica, come se il passaggio fosse naturale, quasi dovuto. Ma la fama è un microfono, non un esame superato.

Ora accade che il nostro “Enzino” sarà ospite (quasi) fisso nel talk del NOVE accanto a Marco Travaglio (parliamo del format “Accordi&Disaccordi”, dove il comico è già stato ospite e dove Travaglio è opinion-resident). Non è un pettegolezzo: è la traiettoria televisiva di queste settimane. E, dopo le picconate nella giungla mediatica del caso Global Sumud Flottilla, alzi la mani chi si sorprende.

Sul conflitto israelo-palestinese, materia che divora biografie di studiosi, Iacchetti preferisce la corsia veloce del giudizio netto. Lo share, si sa, adora la frase imperativa; la complessità, invece, richiede pazienza, dati, contraddizioni. Lì dove servono mappe, contesti, cronologie, arriva il colpo di scena: un parere in diretta, “uno vale uno” travestito da lectio. Il pubblico applaude? Certo: il volto è familiare, il tono deciso, il finale rassicurante. Ma l’autorevolezza non si eredita dal prime-time.

Il punto non è negare il diritto di parola; è ricordare che l’autoincoronazione a esperto è una truffa semantica. Confondere la dimestichezza con le telecamere con la competenza è l’errore cardinale della nostra tv, che scambia la popolarità per valore cognitivo. Così, mentre chi studia da anni resta fuori fuoco, la poltrona va al personaggio che “fa numero”. È intrattenimento che si traveste da analisi: scintilla in più, sostanza in meno.

Iacchetti è il prototipo perfetto di questa deriva: prende sul serio il coro e si convince che sia curriculum. Eppure basterebbe un gesto semplice per rimettere a terra l’ego: dichiarare i limiti, citare le fonti, chiedere a chi ne sa. Non è umiliazione: è rispetto del tema e del pubblico. 

Finché non accade, resta un fatto testardo: l’informazione che abdica al rigore diventa rumore. E quando fa ridere, è la risata sbagliata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA