7 Novembre, 2026 Cesenatico

Evaristo Beccalossi, il genio che dribblava gli schemi

Non è stato il più grande. Non ha riempito bacheche fino a piegarle sotto il peso dei trofei, né ha inciso il suo nome in modo definitivo negli albi d’oro del calcio mondiale. Eppure Evaristo Beccalossi apparteneva a una razza diversa, rarissima: quella dei calciatori che non si limitano a giocare, ma immaginano il gioco.

C’era qualcosa di anarchico nel suo modo di stare in campo. Come se le linee bianche del rettangolo fossero solo suggerimenti, e non confini. Non correva più degli altri, non ne aveva bisogno. Era la palla a correre per lui, docile e capricciosa insieme, guidata da un piede che sembrava accarezzarla più che colpirla. Beccalossi non era un atleta nel senso moderno del termine: era leggero, a tratti fragile, quasi fuori posto in un calcio che già allora cominciava a chiedere forza e disciplina. Ma proprio in quella fragilità abitava il suo genio.

Il genio, dopotutto, è anche questo: tentare ciò che non conviene. Scegliere la giocata più difficile quando ce n’è una semplice, vedere un passaggio che esiste solo per un istante e provarlo lo stesso. Nove volte su dieci quel pallone non arrivava. Ma quella decima volta bastava a giustificare tutte le altre. Bastava a far alzare uno stadio, a strappare un sorriso incredulo, a ricordare a tutti che il calcio non è solo efficienza, ma anche sorpresa.

Non era il giocatore del passaggio comodo, della linea prevedibile. Era uno che disegnava traiettorie nuove, spesso sbagliate, ma sempre vive. In questo, qualcuno ha rivisto in lui un’eredità raccolta anni dopo da Dejan Savićević: stessa luce intermittente, stesso talento che sfugge alle definizioni. Ma Beccalossi aveva qualcosa in più di irripetibile, un romanticismo sottile, quasi malinconico. Era il calciatore che sembrava sapere che da lui ci si aspettava sempre qualcosa di diverso, e che per questo non poteva tradire quella promessa, nemmeno a costo di sbagliare.

E allora eccolo lì, a tentare ancora. A sbagliare ancora. A incantare, ogni tanto, come solo i giocatori liberi sanno fare.

Oggi, in un calcio che misura tutto, che cataloga ogni gesto, i giocatori come lui sembrano scomparsi. Zingari del pensiero, artisti fuori sistema, capaci di perdere la partita pur di non perdere un’idea. Per questo Beccalossi resta. Non nei numeri, ma nella memoria emotiva di chi lo ha visto. Non come il più grande, ma come uno dei più liberi.

E forse, alla fine, è proprio questa la forma più pura di grandezza.

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