Lo scontro nato a Cesenatico tra Azione Studentesca e Giovani Democratici in occasione della Festa della Liberazione replica i tic più stanchi della politica adulta: slogan, caricature dell’avversario, memoria usata come una baionetta. Non serve a capire il passato né ad affrontare il presente.
La vicenda di Cesenatico è un brutto segno non per ciò che si è detto, ma per come lo si è detto. I giovani, che dovrebbero essere laboratorio di linguaggi nuovi, hanno preso in prestito gli abiti più sgualciti della polemica di sempre: accuse ideologiche, identità contro, parole definitive usate come martelli. Si evoca il fascismo per zittire, si evoca l’indottrinamento per delegittimare. Così la memoria diventa un’arma retorica, e la scuola un ring. È una politica giurassica: rumorosa, ma povera di contenuti; indignata, ma incapace di proporre contenuti, visioni e pratiche nuove.
Le fazioni, soprattutto queste fazioni, non ci interessano, scegliamo un principio: la scuola è luogo di apprendimento, non di arruolamento. La memoria storica è necessaria, ma non come catechismo; il pluralismo è doveroso, ma non come rissa.
Il criterio dovrebbe essere semplice: ciò che aiuta gli studenti a capire è legittimo; ciò che serve solo a compattare una tifoseria è un abuso di campo. Invece, nella polemica, l’oggetto scivola: non si discute come fare buona educazione alla memoria, ma chi può stare in cattedra per segnare un punto politico.
Questa è la sconfitta più grave: non si impara a discutere, si impara a scontrarsi. E quando il metodo è sbagliato, anche la sostanza si svuota. La storia del Novecento non è una bandiera da agitare: è un manuale per riconoscere gli errori, le ambiguità, i pericoli delle semplificazioni. Se la usi per attaccare l’avversario, la tradisci.
Gli scontri ideologici, così fatti, sono una perdita di tempo: non spiegano il passato, non illuminano il presente, non preparano il futuro. Chiedono fedeltà, non intelligenza; promettono identità, ma consegnano conformismo.
Ai giovani, invece, chiediamo di pretendere di più: non il diritto di urlare il proprio slogan a scuola, ma il dovere di costruire un lessico comune per capirsi. È meno spettacolare, ma è l’unico modo per fare politica che serva davvero a qualcuno.