7 Novembre, 2026 Cesenatico

Il 14 febbraio di 80 anni fa una mina uccise quattro ragazzi di Cesenatico

Cesenatico, inverno 1946. La guerra è finita da mesi, ma il paese non “riparte”: si rimette in moto a scatti, tra infrastrutture danneggiate, lavori di fortuna e barche salvate o ricostruite come si può. I pescatori, durante il conflitto, hanno visto il porto canale devastato e le imbarcazioni saltare; qualcuno riesce a sottrarre la propria lancia alla distruzione affondandola a metà e portandola lontano, al riparo, per poter tornare in mare appena possibile.

Poi arriva il dopoguerra vero: quello senza fanfare. In mare, però, non ci si va solo per lavoro: ci si va perché è pane, identità, dignità. Eppure “tornare in mare” significa rientrare in un campo minato. Letteralmente. La costa è stata fortificata, disseminata di ordigni; i permessi arrivano, ma il pericolo sotto la superficie resta, invisibile e capriccioso.

È dentro questa fragile normalità che si consuma la ferita più dolorosa. La mattina del 14 febbraio 1946 il trabaccolo da pesca “Giovanna Giuseppina” esce dal porto canale. È un tratto breve, quasi domestico: l’incidente avviene a poche centinaia di metri dall’ingresso, sotto lo sguardo dei colleghi e dei parenti, “davanti a casa”.

Il racconto che resta addosso, ancora oggi, è quello di chi c’era. Alvaro Pagan è su un’altra barca che sta rientrando: c’è scirocco, davanti al porto un po’ di sabbia, e per entrare bisogna “stare sopravvento”. Mentre issano il timone profondo – che su quelle barche fa anche da deriva – Alvaro si gira verso il fratello e gli grida che avviserà la madre di buttare giù da mangiare per entrambi. Mancano venti minuti, mezz’ora. Poi arriva uno spostamento d’aria, l’istante in cui capisci senza capire: un pezzo di vela, un frammento d’albero, “delle cose che vanno giù”.

Sono saltati in aria. “Erano in quattro: Mario, Dario, Dante e Pino”, dice. E aggiunge la frase che più di tutte misura la crudeltà di quella giornata: “Non avevano neanche cent’anni fra tutti e quattro, mio fratello ne aveva 15.”

Non è solo lutto: è rottura. “È stata la rovina della famiglia… dovevamo fare delle cose, prendere una barca, farci una casa… dopo è sparito tutto.” E la madre morirà poco dopo, sempre in febbraio.

Col tempo la “Giovanna Giuseppina” smette di essere un episodio e diventa una misura morale del dopoguerra: la prova che la guerra non finisce quando finiscono i combattimenti, ma quando spariscono le sue trappole. Un frammento del fasciame in legno è conservato al Museo della Marineria; e un cippo sulla sponda di Ponente ricorda quella strage insieme ad altri caduti del mare.

Eppure resta un desiderio, quasi un bisogno: ritrovare il relitto. Per anni tutti sanno “più o meno” dove si trovi, un po’ al largo di Ponente. Alla fine degli anni Novanta e nei primi Duemila, anche al Museo della Marineria se ne parla: Davide Gnola, in primis, prova a dare a quella memoria un appiglio materiale. 

Si coinvolge la Soprintendenza; un archeologo subacqueo, Alain Rosa, organizza un sopralluogo e si scende a cercare. Ma non si trova nulla: forse perché l’esplosione ha distrutto quasi tutto, forse perché i resti erano sparsi e minuti. E poi, col tempo, sopra quel tratto di mare arrivano le scogliere e le barriere soffolte di Ponente: un’altra stratificazione, questa volta di pietra, sopra una ferita già invisibile.

Così il destino della Giovanna Giuseppina è doppio: esplode davanti al porto e scompare senza lasciare un relitto “intero” da indicare. Ma proprio per questo la storia resta più dura: perché non è un naufragio lontano, è una morte a riva, un dopoguerra che chiede ancora sangue. E a pagare, come troppo spesso accade nelle ripartenze, sono i più giovani.

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