“Il 25 aprile è la festa di tutti”. Nelle parole pronunciate mercoledì sera da Walter Veltroni a Cesenatico c’è più di un auspicio: c’è un promemoria civile, quasi una manutenzione della memoria pubblica. Perché ogni anno, puntuale, accade qualcosa che prova a spostare l’asse della giornata: non il raccoglimento, non la gratitudine, non il senso profondo della Liberazione, ma il rumore. Il rumore delle polemiche, delle sfide ideologiche, delle provocazioni costruite apposta per occupare la scena.
È un copione stanco, ma non per questo innocuo. Basta poco: un divieto che fa discutere, una sortita studiata per incendiare il dibattito, una frase lanciata come un’esca. E subito il 25 aprile rischia di essere trascinato nel recinto più misero della politica, quello in cui non si chiarisce nulla, non si onora nessuno, non si costruisce memoria: si cerca soltanto lo scontro. È il contrario dello spirito con cui questa data vive nella storia italiana.
La Liberazione non consegnò il Paese a una fazione. Lo restituì, semmai, a se stesso. Restituì agli italiani la possibilità di rialzarsi come comunità, di tornare cittadini dopo l’umiliazione della dittatura e della guerra, di riconoscersi in una parola esigente ma limpida: libertà. Per questo il 25 aprile è una festa alta. E le feste alte non hanno bisogno di essere gridate; hanno bisogno di essere capite.
Chi tenta di avvelenare il clima – da Predappio a Brisighella – lo sa benissimo. Sa che una provocazione, anche se isolata, rende più della sobrietà. Sa che un gesto divisivo ottiene più titoli di cento corone deposte in silenzio. Sa che la visibilità, oggi, è già mezza vittoria. Ecco perché la risposta non può essere l’amplificazione permanente. Serve fermezza, certo. Serve un argine morale e politico netto. Ma serve anche intelligenza: non regalare centralità a chi vive solo di centralità, non trasformare ogni fiammifero in un comunicato stampa.
Difendere il 25 aprile significa anche questo: sottrarlo ai professionisti della rissa e restituirlo al suo popolo. Alle piazze, alle scuole, ai Comuni, alle famiglie. A chi sa che quella data non è una reliquia da esibire né una clava da brandire, ma un’eredità da custodire. La Liberazione non chiede tifoserie. Chiede maturità.
E forse il punto è proprio qui. Ogni volta che il 25 aprile viene ridotto a teatrino ideologico, ogni volta che cadiamo nelle provocazioni perdiamo tutti qualcosa: perdiamo profondità, perdiamo misura, perdiamo la capacità di distinguere tra la memoria e il suo uso strumentale. Per fortuna questa festa resiste, più forte delle miserie che ogni anno cercano di sporcarla. Resiste perché parla all’Italia intera, non a una curva.
Per questo conviene ripartire da una verità semplice, persino disarmante, ma oggi necessaria: il 25 aprile non appartiene a chi urla di più. Appartiene a chi ne riconosce la grandezza. E la sua grandezza sta nell’aver aperto una stagione di pace, democrazia e convivenza. Tutto il resto è rumore. E il rumore, davanti alla libertà riconquistata, merita una sola risposta: meno eco, più memoria.