22 Settembre, 2026 Cesenatico

Il caso Jelenic: espulsioni “sulla carta” e morti vere

L’omicidio di Alessandro Ambrosio, 34 anni, colpito alle spalle il 5 gennaio nel parcheggio dei dipendenti della stazione di Bologna, ha prodotto il copione che conosciamo a memoria: clamore, indignazione, talk show, dichiarazioni solenni. E soprattutto la domanda scandita come se fosse una rivelazione: “Com’è possibile che Marin Jelenic fosse ancora in Italia, nonostante un provvedimento di allontanamento?”. È possibile perché da anni abbiamo trasformato l’allontanamento in un gesto burocratico che, troppo spesso, resta sospeso a mezz’aria. Non è una scoperta dell’ultima ora: è la normalità che fingiamo di non vedere fino a quando – come in questo caso – non si materializza in una tragedia.

La reazione scandalizzata, in questo senso, ha un tratto di ipocrisia che andrebbe denunciato senza giri di parole. Perché nel lavoro quotidiano delle forze dell’ordine – e nei loro bilanci periodici, tra controlli, identificazioni, denunce – finiscono regolarmente persone straniere che non hanno ottemperato a un decreto. Non una volta ogni tanto: ogni settimana. Decine di episodi in un anno, centinaia. 

Non è un’anomalia: è un sistema che, per come è costruito e per come viene praticato, consente che – in molti casi – l’atto formale non diventi atto reale. Poi però arriva il caso che buca lo schermo, quello con un morto giovane, una vittima riconoscibile, un luogo simbolico come la stazione, e allora tutti si comportano come se si trattasse di un incidente incomprensibile. Non lo è. È l’esito prevedibile di una macchina che gira a vuoto.

Qui non si tratta di chiedere “più cattiveria” o di invocare la punizione esemplare per sentirsi più sicuri. Si tratta di smettere di raccontarci la favola che una firma in prefettura equivalga automaticamente a una persona fuori dal Paese. Molto spesso non accade. Raramente c’è l’accompagnamento effettivo, raramente c’è una catena operativa che chiuda davvero il cerchio. E anche quando l’accompagnamento c’è, sappiamo bene che il sistema può consentire rientri rapidi, aggiramenti, irreperibilità, ricomparsa a distanza di giorni o settimane. 

È per questo che parlare di “espulsione” come se fosse un interruttore – on/off – è una farsa semantica prima ancora che amministrativa. Chi vive di decreti non eseguiti sa che la realtà è un’altra: la distanza tra norma e pratica è ampia, strutturale, e nessuno ha interesse a guardarla in faccia perché farlo significherebbe ammettere un fallimento.

Ed è qui che la rabbia, se è onesta, non è populismo: è richiesta di responsabilità. Perché quando un provvedimento non viene eseguito, la domanda non può essere solo “perché non lo avete fatto?”, ma “chi doveva fare cosa, quando, e con quali strumenti?”. Mancano risorse? Mancano accordi? Mancano posti? Mancano procedure? Manca coordinamento tra uffici, questure, prefetture, tribunali? Benissimo: si dica con chiarezza. Ma il punto è che da troppo tempo ci accontentiamo di un rimpallo in cui tutti hanno una ragione valida e, alla fine, nessuno è responsabile. È un meccanismo che consola l’apparato e abbandona la realtà. E la realtà, a volte, presenta il conto.

Dire che “se la legge avesse funzionato, Ambrosio sarebbe vivo” è duro e rischia di sembrare una semplificazione. Ma il senso non è garantire che ogni crimine sia prevenibile; il senso è un altro: se lo Stato emette un ordine e poi non lo rende effettivo, quello Stato sta producendo un’illusione di controllo. E l’illusione di controllo è pericolosa quanto l’assenza di controllo, perché mette tutti nella posizione di credere che le cose siano state gestite quando non lo sono. È questo che alimenta lo sconcerto postumo: non il fatto che esista un provvedimento, ma il fatto che lo si scambi per una soluzione.

Allora la severità, oggi, dovrebbe essere rivolta meno al bersaglio facile del “mostro” e più alla commedia delle istituzioni che si lavano le mani. Se davvero vogliamo smettere di recitare dopo i funerali, serve una filiera tracciabile: chi ha notificato il decreto, chi doveva verificarne l’esecuzione, quali passaggi dovevano scattare in caso di inottemperanza, perché non sono scattati, chi lo sapeva, da quanto tempo, e cosa si è fatto per correggere. Se è un buco normativo, si cambi la norma. Se è un problema operativo, si cambi l’organizzazione. Se è mancanza di risorse, lo si dica e lo si finanzi. Ma basta con l’alibi permanente del “non si può”, pronunciato solo quando ormai è tardi.

Se vogliamo essere seri, almeno una volta, dobbiamo riconoscere che lo scandalo non è che qualcuno fosse ancora qui: lo scandalo è che lo sapevamo già, in mille casi minori, e abbiamo accettato che fosse normale.

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