C’era una volta, e forse c’è ancora, un’ombra elegante lungo l’Adriatica: Armando Minarelli, per tutti il “Conte”.
Frac lucido, cappello da capitano, bastone non come appoggio ma bacchetta d’orchestra; al collo un foulard. In Romagna lo riconoscevano da lontano: bastava l’inchino che sapeva d’altri tempi.
Lo si incontrava tra una balera e l’altra. Al Rio Grande apriva la porta e l’aria cambiava colore. Con la calma dei padroni di casa sceglieva un tavolo da cui guardare il moto delle gonne. Poi si alzava: due passi veloci, il bastone appoggiato, la mano offerta. Con la solita impeccabile galanteria.
Il liscio era la sua lingua madre. E quel tango gli accendeva il volto di una serietà dolce.
Sciupafemmine, dicevano con invidia benevola; ma nel suo modo di stringere la partner non c’era sfoggio lascivo, ma promessa. Le signore uscivano dal suo abbraccio con un segreto in più, un centimetro di spavalderia.

Di giorno brillava al sole con le sue auto, un piccolo museo affacciato sulla Statale, dove le cromature diventavano specchi di memoria. Una Jaguar dorata – o bianca quando la luna pretendeva eleganza – e una Bianchina testarda come una canzone. Le lucidava come si lucidano i ricordi: con pazienza e tenerezza.
Cesenatico lo adottò come si adotta una leggenda: senza proclami, con la fedeltà delle cose vere. Al Porto scambiava due parole coi pescatori; sulle panchine misurava il pomeriggio col tic del bastone; nei bar lasciava un caffè come una firma. Chi non lo conosceva di nome lo riconosceva di spalle: dettaglio, buone maniere, gioia di mettersi in ghingheri per il piacere di tutti.
In lui c’era una Romagna che non se ne va: piadina calda, risata larga, ballo che unisce, notte che consola. E c’era un sogno, grande, di aprire un dancing tutto suo. Lo immaginava e lo costruiva a modo suo, con materiali di recupero.
Quando passava sulla Statale, qualcuno suonava il clacson. Lui rispondeva con un gesto del bastone, un grazie leggero, come a dire che conta esserci. E lui c’era: alle feste, nelle notti d’estate, nei pomeriggi d’inverno. Un’àncora che non pesava, un promemoria di gentilezza, l’invito quotidiano a fare spazio all’eleganza anche quando non serve.
Del Conte – che molti chiamavano “Garibaldi” – restano fotografie e racconti, ma soprattutto l’effetto che faceva alle persone: la schiena che si raddrizza, la voglia di ballare anche con le borse della spesa, la certezza che l’età è un dettaglio del calendario.
Se oggi lo incontri in un ricordo, inchinati un poco. Se lo vedi riflesso nel cromato di un cofano, chiedigli un ballo: ti guiderà tra le luci del porto come tra le parole di una canzone antica.
Cesenatico continua a danzare con lui. Il Conte Minarelli non è un fantasma: è il tempo che si mette il cilindro per farci l’inchino, e sussurra che l’amore per le cose belle è il modo più semplice di restare giovani. E allora balliamo ancora, finché la musica chiama per nome.