La lettera di Matteo Maria Zuppi ai presbiteri bolognesi ha fatto rumore perché, a differenza di molti documenti ecclesiastici, non nasconde la fatica. Parla di malessere, amarezza, scetticismo, malevolenza. Parole dure, che di solito si sussurrano nelle sacrestie e raramente salgono sull’altare del discorso pubblico.
Zuppi le prende di petto e, nello stesso testo, chiede perdono a chi si è sentito ferito, difende la scelta di parlare di “fine della cristianità” e invita alla comunione. Non è solo un gesto pastorale: è un’istantanea sullo stato della Chiesa e dei suoi preti nell’anno di grazia 2025.
Dietro la formula “fine della cristianità” non c’è la resa, ma la constatazione che il tempo della Chiesa maggioranza culturale è finito. Il cardinale propone di smettere di inseguire numeri, privilegi e visibilità e di tornare all’essenziale: Parola, Eucaristia, legami.
Qui la sua lettura è coraggiosa e insieme esigente: chiede al clero di non rifugiarsi nel vittimismo (“ci perseguitano, non ci capiscono”) ma di abitare un mondo secolarizzato senza nostalgia né arrendevolezza.
Allo stesso tempo Zuppi non assolve il sistema. Riconosce solitudine, carichi pastorali insostenibili, burocrazia, incomprensioni interne, dinamiche di potere che logorano. Il suo richiamo a non trasformare la Chiesa in un’azienda è una critica implicita a certe prassi amministrative e alla tentazione manageriale che ha sedotto non pochi ambienti ecclesiali. Ma avverte anche il rischio opposto: usare il malessere come alibi per chiudersi, per coltivare rancori, per vivere da “fratello maggiore” che giudica tutti.
Nelle sue parole si intravede un patto nuovo proposto ai preti: meno status, più prossimità; meno ruoli, più relazioni; meno ideologia, più Vangelo concreto. Chiede incontri personali, ascolto reciproco, corresponsabilità vera.
Non è un dettaglio: in molta parte del clero oggi la fatica non nasce tanto dalla perdita di potere sociale, quanto dal sentirsi soli in mezzo a comunità frammentate, aspettative irrealistiche, conflitti interni che nessuno nomina.
La lettera, letta senza tifoserie, è scomoda per tutti. Per chi vorrebbe Zuppi come bandiera progressista e si trova davanti un vescovo che parla di povertà evangelica e santità personale. Per chi lo teme come demolitore dell’ordine costituito e lo vede invece richiamare con forza l’obbedienza, la comunione, la centralità dei preti nel futuro della Chiesa. Per i sacerdoti, perché li consola riconoscendo il loro disagio, ma li invita anche a non restare fermi lì.
In fondo il messaggio è semplice e radicale: non esiste riforma ecclesiale che non passi attraverso volti concreti, stanchi ma ancora capaci di credere. La “fine della cristianità” per Zuppi non è il tramonto della fede, è il momento in cui ai preti – e ai laici con loro – è chiesto di scegliere se vivere il Vangelo senza reti di protezione o continuare a rimpiangere un mondo che non c’è più.