Ci sono eventi che, appena accadono, non entrano nelle cronache: entrano direttamente nei salotti. Non quelli di casa, dove al massimo litighi sul telecomando, ma i salotti social, dove l’italiano medio diventa in tre minuti inviato speciale, analista geopolitico e giurista del diritto internazionale.
Flottilla per Gaza? “Io ve lo dico da anni.” Venezuela? “È tutto chiarissimo.” Proteste pro-Palestina? “Adesso vi spiego io come funziona l’ordine pubblico.” E, soprattutto, guai a chiamarla opinione: è lezione. Con bibliografia emotiva: “si sa”, “l’ho letto”, “me l’ha detto uno”, “basta guardare”.
È questo il trionfo della tuttologia: la convinzione che, siccome un tema ci tocca, allora lo conosciamo. E siccome lo conosciamo, allora dobbiamo spiegarlo. Sempre. A tutti. Subito.
Il social non premia chi dubita, premia chi sentenzia. La prudenza non fa engagement; l’“aspetta, verifichiamo” non diventa trend. La cautela è una virtù meravigliosa, ma pare abbia un difetto: non urla.
Il problema non è parlare di ciò che succede nel mondo. Anzi, sarebbe bellissimo che il dibattito pubblico fosse vivo, curioso, informato. Il problema è la trasformazione dell’interesse in onniscienza: la scorciatoia che porta dal “mi preoccupa” al “so come stanno le cose”.
È una droga leggera ma pervasiva: ti fa sentire competente senza passare dalla fatica di studiare. E dà un potere enorme, perché la certezza è seducente: riduce l’ansia, semplifica il caos, ti dà un nemico preciso e una soluzione rapida. In pratica, è fast food intellettuale: sazia subito, ma ti lascia peggio.
E poi c’è la dimensione morale: la tuttologia non si limita a spiegare, giudica. Classifica persone e popoli, distribuisce patenti di legittimità, decide chi è “dalla parte giusta” con la stessa sicurezza con cui si sceglie una pizza. Non è più “io la vedo così”, è “io ho capito”, e se non sei d’accordo sei ignorante, venduto o complice. In questo schema, la complessità è sospetta: chi la invoca “vuole confondere”. Chi chiede fonti “fa il professorino”. Chi ammette di non sapere “si tira indietro”.
Eppure basterebbe poco per disintossicarsi: distinguere tra opinione e diagnosi, tra indignazione e analisi. Dire “non lo so” senza sentirsi umiliati. Leggere più di un titolo. Aspettare una conferma. Soprattutto, ricordarsi che il mondo è grande e noi, per definizione, ne vediamo solo un pezzetto. È legittimo avere sensibilità, valori, emozioni. Ma non è obbligatorio trasformarli in conferenze.
Forse il male del nostro tempo non è che tutti parlino. È che troppi parlino come se stessero chiudendo un processo. La cura, paradossalmente, è semplice e rivoluzionaria: un po’ meno lectio, un po’ più metodo. Meno “ve lo spiego io”, più “mi informo meglio”. Perché l’opinione è un diritto; la tuttologia, spesso, è solo rumore con la voce impostata.