Io odio Caterina Tisselli. Ma la odio come si odiano i simboli, non le persone. La odio perché il suo modo di abitare la poesia è l’esatto contrario di ciò che, per me, dovrebbe essere un poeta.
Nei giornali locali la vedo spesso circondata da targhe, pergamene, sindaci, prefetti, comandanti in divisa; presentazioni, premiazioni, cerimonie. Finisce per sembrarmi che ogni testo diventi occasione per un premio, una foto, un articolo, come se la poesia dovesse giustificare la propria esistenza solo quando qualcuno la incornicia e la certifica.
Non voglio giudicare lo spessore dei suoi versi: non è questo il punto. Quello che mi disturba è la scenografia permanente. L’idea che il cammino poetico si misuri in riconoscimenti, in quante volte il tuo nome compare in un albo, in quante istituzioni custodiscono una tua pergamena o una raccolta “donata” con tanto di stretta di mano ufficiale. È una poesia che sembra nascere già con il tailleur buono addosso, pronta per il taglio del nastro, addomesticata, perfettamente integrata nel tessuto rassicurante delle istituzioni.
Io invece sogno poeti che custodiscono una loro mistica, che anelano solo il riconoscimento postumo, che non trasformano ogni gesto in evento. Mi colpisce questa tensione febbrile alla viralità di provincia: la poetessa che parla di malinconie crepuscolari e poi cerca i riflettori della mondanità, le pagine dei periodici culturali, le foto con personaggi noti, i concorsi, le menzioni, le traduzioni esibite come medaglie. È lì che nasce il mio odio intellettuale: in quella frizione tra parole che vorrebbero farsi raccoglimento e un uso pubblico, quasi promozionale, del verso.
Forse è un limite mio, forse sono io ad avere un’idea anacronistica del poeta come figura defilata, selvaggia e scomoda, depositaria di un lascito non di un egocentrica contemporaneità. Ma guardando questo continuo pellegrinaggio tra premi, associazioni, anniversari, dediche alla tal città, al tal corpo armato, alla tal ricorrenza, mi sembra che la poesia venga usata come badge di accesso al mondo rispettabile, più che come atto radicale di interrogazione interiore.
E allora sì, io odio Caterina Tisselli: perché mi obbliga a difendere un’idea di poesia che non chiede permessi, non mendica attestati, non riempie cronache locali, e preferisce restare in penombra pur di non mercificare la propria verità.