7 Novembre, 2026 Cesenatico

Jacopo Camagni, la matita gentile che ha dato un volto nuovo al fantasy

C’è un modo di disegnare che non fa rumore, eppure resta. Jacopo Camagni – che ci ha lasciato da qualche giorno – apparteneva a quella specie preziosa di artisti capaci di unire talento e misura, precisione e calore: una “matita gentile”, direbbero quelli che l’hanno conosciuto davvero. 

E gentile lo era anche il suo tratto, pur quando raccontava inquietudini, ombre, presenze. Perché la sua forza non stava nello strillo, ma nella tenuta: nella coerenza di chi considera ogni tavola un patto con il lettore.

Nato a Bologna nel 1977, Camagni è cresciuto in una città che il fumetto lo respira da decenni, una fucina dove l’energia collettiva diventa mestiere. Da giovanissimo si affaccia ai concorsi, poi incontra i Kappa Boys e quell’idea di bottega contemporanea che ti educa al fare: impari guardando, sbagliando, rifacendo. È un’impronta che non lo abbandonerà mai. Anche quando il lavoro lo porta lontano – tra studi, committenze, animazione – resta l’artigiano della disciplina: quello che rifinisce, controlla, torna indietro finché “suona” giusto.

Il suo percorso ha avuto la traiettoria rara di chi sa muoversi tra mondi diversi senza perdere identità. Ha lavorato per grandi produzioni e, negli anni, anche per Marvel: un punto d’arrivo che per molti è un sogno, per lui una tappa di crescita. Nel passaggio dall’analogico al digitale non si è fatto sedurre dall’automatismo: ha usato la tecnologia come strumento, non come scorciatoia. La carta, anzi, è rimasta centrale: il luogo dove l’immaginazione prende temperatura, dove la giornata comincia presto e il segno trova il suo respiro.

In Italia, però, il nome di Camagni è legato soprattutto a “Nomen Omen”, l’urban fantasy creato con Marco B. Bucci: una serie che ha saputo cambiare passo al genere non con effetti speciali, ma con uno sguardo. Il fantastico non è fuga: è lente. Magia e quotidiano si toccano, l’adolescenza diventa terreno narrativo serio, le emozioni hanno peso. Camagni – che ho intervistato diverse volte in varie tappe della sua carriera – disegnava personaggi credibili prima ancora che “belli”: corpi che parlano, volti che non recitano. Il meraviglioso, nelle sue tavole, non cancellava il reale: lo illuminava di sbieco.

Negli ultimi anni, con Bucci, arriva anche “Simulacri” per Sergio Bonelli: sentimentale e soprannaturale insieme, contemporaneo e inquieto, come se la tenerezza e il perturbante potessero stare nello stesso fotogramma. E per Bonelli firma anche una storia di Dylan Dog, confermando una cosa: Camagni sapeva entrare in universi altrui senza snaturarli, aggiungendo però quella sua luce laterale, quell’eleganza attenta che rende riconoscibile un autore al primo sguardo.

La sua scomparsa, avvenuta il 1° marzo 2026, lascia un vuoto che è professionale e umano. Chi lo ricorda parla di rigore “fino alla pignoleria”, ma con la dolcezza di chi pretende molto perché ama molto. È forse questo il lascito più grande: l’idea che la qualità non sia un atteggiamento, ma una forma di rispetto. Per il lavoro, per chi legge, per sé stessi.

Oggi restano le sue pagine: non come reliquie, ma come porte. Aprirle significa ritrovare un artista che sapeva trasformare la fantasia in esperienza, e l’esperienza in cura. E capire che, a volte, il tratto più potente è proprio quello che non alza la voce, perché non ne ha bisogno.

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