7 Novembre, 2026 Cesenatico

La “Maneccia” di Gatteo Mare, quelle domeniche dei bambini e il piccolo regno delle luvarie

La chiamavano “Maneccia”, e bastava quel nome, gridato da un bambino in corsa, per evocare una scena che a Gatteo Mare appartiene ormai alla memoria più tenera e più vera. 

La domenica pomeriggio, e nei giorni di festa, arrivava puntuale sul viale delle Nazioni con il suo carrellino di legno: una piccola bottega all’aria aperta, ferma sul marciapiede come un appuntamento fedele, atteso per tutta la settimana.

Non vendeva soltanto lupini, popcorn, liquirizie, caramelle e quelle “luvarie” che allora parevano un tesoro. Vendeva, senza saperlo, un tempo lento e prezioso, un piccolo rito collettivo che oggi sembra lontanissimo. Non c’erano scontrini, registratori di cassa, confezioni luccicanti o réclame. C’erano le 200 lire strette nel palmo dei bambini, e per i più fortunati persino 1000 lire, da spendere con la serietà solenne che si riserva alle grandi occasioni.

Attorno al carrello della “Maneccia” si radunava un’umanità minuta e festosa: bambini con gli occhi spalancati, mani impazienti, desideri semplici. Ognuno faceva i propri conti, riempiva il sacchetto con cura, soppesava la scelta tra un pugno di lupini e una liquirizia in più, tra i popcorn e qualche caramella colorata. Poi dichiarava ciò che aveva preso, con quell’onestà un po’ ingenua e un po’ furba che appartiene all’infanzia: magari scappava anche una caramella in più, una piccola trasgressione che sapeva già di racconto.

Dall’altra parte della strada, quasi a segnare un equilibrio silenzioso, c’era la sua “rivale”, la “Bice”. Due figure, due presenze, due modi forse simili eppure distinti di abitare lo stesso rito. Scegliere tra “Maneccia” e “Bice” non era mai davvero una questione di convenienza: era una fedeltà misteriosa, fatta di abitudini, di sguardi, di piccoli legami invisibili.

Poi la “Maneccia” se ne andò prima. E rimase Bice, a custodire quel mestiere e quella consuetudine. Ma qualcosa, inevitabilmente, cambiò. Perché certi volti non si sostituiscono, si sedimentano nella memoria come un profumo leggero.

Per chi è nato negli anni Sessanta e Settanta, la “Maneccia” non è soltanto un ricordo: è un frammento di identità, un simbolo di un tempo in cui si sapeva aspettare. Oggi, fateci caso, non si aspetta più così. Non si aspetta con quella gioia semplice, con quella pazienza piena di sogni. 

E forse è proprio questo che rende la “Maneccia” così preziosa: non solo per ciò che vendeva, ma per ciò che rappresentava: un carrellino di legno, qualche sacchetto di carta, mani piccole che contano monete e occhi grandi che scelgono. E una donna, la “Maneccia”, che con discrezione e onestà regalava molto più di dolciumi: regalava sorrisi, fiducia, e un pezzo di felicità che ancora oggi, a distanza di anni, continua a vivere dentro chi l’ha aspettata almeno una volta.

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