22 Settembre, 2026 Cesenatico

La miccia e la coscienza: cosa ci insegna il caso Ranucci

La libertà di stampa non è un cappello di partito: è un bene che appartiene, in primis, ai lettori. Ogni volta che la politica prova a darle un colore, toglie ossigeno al lavoro di chi fa domande. È accaduto anche dopo l’attentato contro Sigfrido Ranucci: anziché esprimere una solidarietà bipartisan, c’è chi ha puntato il dito contro il Governo, come se la violenza avesse una matrice istituzionale. 

È un errore doppio. Perché le inchieste di Ranucci – con i loro meriti e le inevitabili frizioni – in questi anni hanno toccato trasversalmente interessi a destra e a sinistra; e perché il vero giornalismo, che è quello di “Report” (non certo quello di Feltri o Travaglio), non “tifa”, interroga. 

La tentazione di brandire un fatto di violenza come randello identitario è comoda, ma tossica. Trasforma le domande in slogan, la critica in tifo, la cronaca in propaganda. Così si incrina il patto minimo fra chi racconta e chi legge: un patto fragile e quotidiano. 

La politica ha un dovere semplice e severo verso la stampa: garantirne l’indipendenza, non certificare chi è “dei nostri”. La nostra storia lo insegna: quando partiti, editori e redazioni si confondono, si ottenebra l’orizzonte della verità e crescono le collusioni da prima Repubblica.

C’è poi l’altra faccia dell’intimidazione: il portafogli. A Cesenatico abbiamo visto quanto basti poco – diecimila euro l’anno – per comprare una “linea” come fosse un servizio a listino. È una scorciatoia che degrada tutti, soprattutto chi accetta, ma anche  i cittadini a cui arriva un’informazione travestita da marketing. Ma un giornale non è una fornitura di cancelleria e un cronista non è un contractor. L’autonomia non si appalta: si custodisce. E chi esce da questo schema diventa un’altra cosa. 

Difendere la libertà dei giornalisti significa rifiutare due semplificazioni simmetriche: che esista un’informazione “nostra” contro una “loro”, e che l’indipendenza si possa noleggiare a ore. Significa pretendere trasparenza, limitare le querele temerarie che nascono per intimidire più che per sanare ingiustizie. Significa dare alle redazioni tempo e tutele: perché il controllo dei fatti non si fa a colpi di like o col “copia & incolla”, ma attraversando carte, ascoltando voci, smentendo leggende comode.

Smettiamola, quindi, di dipingere i giornalisti con la tavolozza della convenienza. Non sono trofei né scudi: sono lavoratori della misura, persone che pesano le parole, verificano i documenti, sbagliano e correggono. Ranucci, come chiunque indaghi, non ha bisogno di legittimazioni: ha bisogno di sicurezza, di editori solidi, di lettori esigenti. 

Passato il boato, resta il segno e la scelta: preferiamo una stampa che ci accarezza o che ci verifica? La democrazia pretende la seconda. Accettarne il prezzo è il patto. E resisterà fino a quando ci sarà qualcuno che chiederà “perché” senza chiedere “per chi”. 

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