C’è una lezione, nella nuova vita della Notte Rosa, che la politica dovrebbe appuntarsi sul muro degli assessorati: la competenza non si acquisisce per editto divino. Non basta ricevere una delega al turismo, alla cultura o agli eventi per trasformarsi, come per miracolo, in esperti di turismo, cultura o intrattenimento. Eppure per anni si è fatto finta che fosse così.
Finché la Notte Rosa è rimasta nelle mani dei tuttologi di palazzo, dei funzionari prestati alla creatività, dei politicanti convinti che bastasse occupare una poltrona per capire il mercato, l’evento ha conosciuto una lenta e implacabile involuzione. Dopo il boom iniziale, è diventata una liturgia stanca: ripetitiva, prevedibile, omologata. Un prodotto senza più anima, quasi un ingombro nel calendario estivo. Qualcosa che molti avevano finito per subire più che attendere.
Poi è arrivato Claudio Cecchetto. E non ha fatto magie: ha fatto il suo mestiere. Che è esattamente ciò che serviva. Ha portato esperienza, fiuto, conoscenza del mondo giovanile, capacità di leggere mode, linguaggi, tendenze.
Cecchetto non ha dovuto inventarsi competente: lo è per storia, percorso, risultati. Da sempre intercetta prima degli altri ciò che sta per accadere. E questo, in un evento popolare, conta più di mille conferenze stampa.
La Notte Rosa, così, ha ricominciato a parlare una lingua meno burocratica e più viva. Meno da delibera, più da mercato. Meno da passerella politica, più da entertainment. Già il 2025 aveva segnato uno switch importante; la presentazione del 2026 conferma una direzione finalmente più credibile, più attuale, più aderente a ciò che un grande evento deve essere: desiderabile.
La politica farebbe bene a trarne una conclusione semplice: non tutto può essere gestito da chiunque. Ci sono partite in cui servono professionisti veri, non improvvisatori con fascia e delega. La Notte Rosa insegna che quando si affida un progetto a chi conosce davvero il campo, il risultato cambia. E cambia subito.