22 Settembre, 2026 Cesenatico

La questione morale, il bluff Grillo e lo specchio infranto

In Italia la morale è come la cintura di sicurezza: si pretende sempre che la allaccino gli altri. Per anni abbiamo assistito a un rito laico di scomuniche, liste “pulite”, indignazioni di ghisa. La gogna come linguaggio politico, il sospetto come condanna sociale, la forca come voto di scambio. 

Beppe Grillo, profeta della repubblica del “vaffa”, ha guidato quel coro: nessun beneficio del dubbio, nessuna cautela. “Fuori i corrotti dal Parlamento”, “onestà!”, megafoni e piazze riempite con l’illusione suprema del “siamo diversi”. 

Poi, d’un tratto, il contrappasso: quando la cronaca entra in casa, il registro cambia. Il garantismo diventa improvvisamente virtù repubblicana, i giudici fallibili, la sentenza un errore.

Lunedi sera è arrivata, in primo grado, una dura condanna per il figlio di Beppe Grillo: 8 anni per stupro di gruppo. Che non é né falso in bilancio né un reato tributario. Prima della sentenza l’anatema di Grillo, con la solita voce scorticata, ha tentato di far passare un’altra verità processuale: “C’è un video che dimostra che la ragazza si divertiva – ha detto l’ex comico – i giudici hanno preso un abbaglio”. 

Non c’è nulla di sorprendente: l’ipocrisia è la tassa che l’ideologia paga alla realtà. Ma qui c’è di più. Il caso Grillo — con una condanna in primo grado che impone prudenza sulle parole e lascia aperti i gradi di giudizio — spalanca uno specchio. E nello specchio si riflettono tutti i limiti di un predicatore che ha spesso perso il senso della misura, che ha sdoganato il processo mediatico, confondendo la giustizia con il tifo. Un “politico” – oggi possiamo dirlo – garantista a giorni alterni: giustizialista quando tocca al vicino, misericordioso quando bussa alla sua porta. 

Non ci serviva questa brutta pagina di storia giudiziaria per sapere che la cosiddetta “questione morale” è stata per decenni una scenografia da Truman Show, un fondale buono per comizi e campagne. Una bandiera da sventolare contro l’avversario, mai una bussola interiore. 

L’abbiamo ridotta a slogan, sostituendo il lavoro silenzioso delle regole con l’urlo del palco. Risultato: istituzioni delegittimate a intermittenza, magistratura ora santificata ora sbeffeggiata; leader pronti a cavalcare l’onda finché l’onda non li travolge.

Eppure la coerenza non è un optional. O credi nel garantismo sempre — per tutti, anche per chi detesti — oppure non ci credi affatto. O ritieni i giudici un presidio dello Stato di diritto, fallibili ma necessari, oppure li consideri un ostacolo da aggirare. Non esistono scorciatoie ontologiche: non c’è una giustizia “per gli altri” e una “per me”. 

Il caso Grillo passerà ai manuali di comunicazione politica come esempio di boomerang morale. Ma il vero punto non è la caduta di un predicatore. Finché accetteremo che la politica funzioni a colpi di forca e assoluzione ad personam, la “questione morale” resterà uno slogan per addormentare le coscienze e svegliare gli istinti. Il giorno in cui pretenderemo per gli amici la stessa severità riservata ai nemici, allora, forse, potremo dire che lo specchio è stato riparato.

Fino ad allora non raccontiamoci favole: più che un principio, la “questione morale” – caro Grillo – è stata una grande, utilissima balla.

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