L’annuncio di 83 nuove unità complessive destinate alla Romagna – 16 a Ravenna, 46 a Forlì-Cesena e 21 a Rimini – è una notizia che, almeno sulla carta, cambia il tono del dibattito sulla sicurezza. Non tanto per la comunicazione politica, quanto per l’ordine di grandezza: trasferire così tanti agenti in un’unica tornata è qualcosa che, sul nostro territorio, non si vedeva da decenni.
Un precedente c’è, ed è rimasto nella memoria di molti: quando chiuse l’aeroporto di Forlì, arrivarono sul territorio rinforzi consistenti. Poi però, con la riapertura dello scalo, quel “tesoretto” di uomini si sgonfiò in fretta e il territorio tornò a fare i conti con organici risicati.
È qui che sta il punto: l’arrivo di nuove unità – con ogni probabilità dopo le Olimpiadi Invernali – è una boccata d’ossigeno, ma non basta festeggiare. Bisognerà capire quante persone andranno in pensione nei prossimi mesi e, soprattutto, se verranno sostituite con continuità. Perché il rischio è che l’incremento, pur significativo, venga assorbito dalle uscite naturali e non produca un vero salto di qualità sui servizi, nei commissariati e nei presìdi.
Detto questo, i numeri aprono una finestra che merita di essere sfruttata. Cesenatico, ad esempio, potrebbe finalmente ragionare su un presidio stabile, non limitato alla sola stagione estiva. Non servirebbe un apparato enorme: basterebbero almeno sei unità per coprire tre turni da 6 ore e 20 minuti, garantendo una presenza costante e riconoscibile. Sarebbe un segnale concreto, capace di incidere sulla percezione di sicurezza e sulla gestione quotidiana delle criticità, soprattutto alla luce degli ultimi episodi che raccontano una città con problemi reali, non più episodici.
Certo, la decisione non dipenderà solo dalla volontà locale: pesano criteri ministeriali, priorità operative, equilibri territoriali. Ma proprio per questo la politica, oggi, ha l’occasione di fare pressione nel modo giusto: trasformare l’arrivo dei rinforzi in un investimento permanente, chiedendo che Cesenatico entri nel perimetro dei presìdi 12 mesi l’anno.
Anche i sindacati potrebbero spingere in questa direzione. Perché se questa è una fase di “cambio di passo”, come viene definita, allora il momento per provarci è adesso. Dopo, rischia di essere di nuovo troppo tardi.