Il fatto è semplice: il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, ha chiesto all’Università di Bologna di attivare un corso di laurea in filosofia per 10-15 giovani ufficiali. Non un corso “militare”, separato, ma un normale percorso universitario dentro l’Ateneo. La risposta è stata negativa: timore di “militarizzare la facoltà” e di alterarne l’identità. Da qui nasce la delusione espressa dal generale, che ha raccontato l’episodio pubblicamente a Bologna.
Proprio perché il fatto è chiaro, la valutazione è ancora più amara. L’Alma Mater ha rinunciato a una grande opportunità: quella di mettere in dialogo il mondo militare con il pensiero critico, con la storia delle idee, con il confronto tra studenti e docenti. La presenza di dieci o quindici ufficiali non avrebbe certo trasformato la facoltà in una caserma; avrebbe invece portato in aula domande scomode ma necessarie su responsabilità, obbedienza, uso della forza, pace e sicurezza.
Il risultato, invece, è l’ennesima conferma di una distanza culturale: il militare viene tenuto ai margini, come se fosse un corpo estraneo alla società civile, utile quando serve ma imbarazzante quando si parla di cultura e formazione. Così lo si emargina e lo si ghettizza, rafforzando l’idea che la divisa non possa sedersi accanto agli altri cittadini nei luoghi del sapere.
Eppure il lavoro del militare ha una sua dignità e una sua etica, che proprio l’università dovrebbe contribuire a interrogare, rafforzare, criticare quando serve. Se c’è un luogo dove è giusto discutere di limiti del potere, di diritto internazionale, di difesa e di responsabilità individuale, quel luogo è l’accademia. Escludere in blocco un’istituzione perché “scomoda” significa rinunciare alla propria missione.
Per questo la scelta dell’Ateneo di Bologna non è solo prudente: è un pessimo esempio. Invece di aprire, ha chiuso; invece di educare al confronto, ha preferito evitare il problema. E un’università che ha paura del dialogo con chi porta una divisa tradisce, almeno in parte, il proprio ruolo pubblico.