Per tutta l’estate i “grandi esperti” di turismo ci hanno ripetuto che il settore della vacanza arrancava per colpa del potere d’acquisto eroso, degli stipendi fermi, della crisi economica del ceto medio. Una posizione – oggi possiamo dirlo – consolatoria, un “mal comune mezzo gaudio” che, benché alleggerisse le responsabilità, alla fine non ha retto alla prova dei numeri.
All’ultima TTG di Rimini, i dati ENIT hanno mostrato l’opposto: la spesa turistica degli italiani cresce e il 2025 viaggia verso nuovi massimi. Se i portafogli non sono chiusi, allora dov’è il problema? È nel balneare e, dentro il balneare, nel modello romagnolo, che ha continuato a guardarsi allo specchio mentre la domanda cambiava fisionomia. Non è il mare a essere in crisi; è l’idea di mare su cui abbiamo insistito: un’offerta corta nel calendario, poco differenziata, costruita su una clientela domestica che oggi pretende qualità, servizi, esperienze e flessibilità.
Basta osservare dove vanno le crescite. Le città hanno compiuto una rivoluzione silenziosa: Roma allunga il passo, Milano consolida, Venezia tiene la rotta e, in Emilia-Romagna, Bologna tocca picchi mai visti.
È la dimostrazione che la vacanza contemporanea non è più un blocco monolitico di due settimane in agosto, ma una sequenza di soggiorni brevi, tematici, spesso ibridati con il lavoro, spalmati nell’arco dell’anno e orchestrati da grandi brand dell’ospitalità che investono in concept urbani.
Questo spostamento dell’asse ha trovato il balneare scoperto e impreparato: permanenze più corte, sensibilità crescente al rapporto qualità/prezzo, concorrenza estera aggressiva sugli stessi budget, extralberghiero più confortevole e diffuso.
Il nostro errore? Quello di esserci cullati in segnali di breve periodo: Cesenatico, che lo scorso anno sbandierava un +4%, oggi scopre che, a volerle guardare, le avvisaglie di una crisi c’erano tutte e che non basta un numero positivo (ammesso che quel numero fosse credibile) per dichiarare efficace una strategia.
Il nodo, come sempre, è l’allineamento tra prodotto e aspettative. Il nostro turismo ha spesso mantenuto servizi datati, standardizzati, poco digitali; il presidio dei mercati esteri, anche per colpa di nodi mai risolti sulla mobilità, è rimasto intermittente, nonostante la Germania continui a guidare i flussi; la promozione ha parlato linguaggi frammentati; la destagionalizzazione è rimasta una variabile meteoropatica più che una strategia strutturata.
Intanto, mentre la Romagna soffre, le famiglie non rinunciano alle vacanze: semplicemente le rimodellano. Chiedono esperienze autentiche, sport e benessere leggero, cultura ed enogastronomia accessibile, mobilità semplice, garanzie flessibili. Dove tutto questo è stato offerto – nelle città, nelle aree che hanno cucito pacchetti “multi stop”, nei territori che hanno saputo fare rete tra hotel ed extralberghiero regolato – la domanda ha risposto.
Uscire dalla stagnazione significa smettere di cercare alibi macroeconomici e rimettere mano al progetto, anche se rischiamo di pagare a caro prezzo il ritardo doloso con cui abbiamo preso consapevolezza del problema.
In ogni caso, la Romagna ha la storia e gli asset per girare pagina. Perchè la crisi non è un destino né una maledizione: è una bussola che ci dice che è ora di cambiare il progetto. Ora.