7 Novembre, 2026 Cesenatico

Oggi Giulio Capiozzo avrebbe compiuto 80 anni: storia del batterista che trasformò il tempo in linguaggio

Capiozzo nasce a Boretto il 18 febbraio 1946 e, prima di diventare il perno ritmico degli Area – International POPular Group, attraversa già un’educazione musicale anomala per l’Italia dell’epoca: esperienze beat, conservatorio al Cairo, poi l’incontro decisivo a Parigi con Kenny Clarke (1969), che gli spalanca un modo diverso di intendere la pulsazione: non griglia metronomica, ma elasticità, “time feel”, respirazione del fraseggio. 

Quando fonda gli Area nel 1972 con Demetrio Stratos, Capiozzo porta in dote proprio questo: un batterismo che non accompagna, argomenta.
Nei dischi cardine (da Arbeit macht frei a Crac! e oltre) la sua scrittura non è mai “solo” complessità: è funzione armonica del ritmo. Il rullante non è un semplice backbeat: diventa punto di snodo, una consonante dura che separa e unisce frasi. 

La sua vera firma è la gestione dei tempi dispari e dei cambi di metro: non l’ostentazione del 7/8 o del 9/8, ma la capacità di farli sembrare inevitabili, naturali, grazie a una suddivisione interna che alterna cellule (3+2+2, 2+2+3, ecc.) senza irrigidire il flusso. 

È qui che Capiozzo fa scuola: “sposta” l’ascolto dal contare al sentire. Wikipedia ricorda come Clarke stesso ne riconoscesse la personalità e la libertà proprio sui tempi dispari, un complimento rarissimo, perché detto da chi il tempo l’aveva praticamente riscritto. 

Ma sarebbe riduttivo fermarsi al meter. Capiozzo pensa per strati: la cassa può disegnare una traiettoria autonoma, il rullante una controfrase, il charleston un terzo piano che commenta. È poliritmia, sì, ma soprattutto è orchestrazione: la batteria come ensemble dentro l’ensemble, in dialogo serrato con le geometrie di Fariselli e le linee di Tavolazzi. E quando Stratos “deforma” la voce fino a farla diventare suono puro, Capiozzo risponde con un drumming che non stabilizza: de-stabilizza con controllo, come nel miglior free jazz.

Non a caso, negli anni successivi lo ritroviamo in territori sempre più apertamente jazzistici e percussivi: incisioni e collaborazioni, studio delle percussioni a Cuba (1978), fino all’incontro con mondi ritmici extra-europei e al duo con Trilok Gurtu.
Eppure la sua grandezza resta quella tensione originaria: far convivere disciplina e rischio.

Capiozzo muore a Cesenatico il 23 agosto 2000.
Da allora lo si ricorda anche con il Ju Ju Memorial, che ogni anno riporta in scena non la nostalgia, ma l’idea più capiozziana di tutte: il ritmo come comunità, come atto presente. 

A ottant’anni dalla nascita, il modo migliore per celebrarlo non è dire banalmente che “era un fenomeno”. È riconoscere la cosa più rara: Capiozzo aveva un suono e un pensiero. E, soprattutto, aveva il coraggio di trattare il tempo non come cornice, ma come materia viva.

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