La richiesta di archiviazione della Procura di Trento sul caso Pantani nasce come un atto di resa giudiziaria, ma finisce per assumere il peso di un’accusa morale. Non ci sono prove sufficienti, non ci sono testimoni decisivi, non c’è una ragionevole previsione di condanna. Il tempo ha consumato atti, ricordi, protagonisti. Eppure, nelle 150 pagine firmate dalla pm Patrizia Foiera, una responsabilità sembra emergere con nettezza: Marco Pantani morì solo, lasciato solo da chi avrebbe dovuto proteggerlo.
È questo il punto più doloroso dell’archiviazione. La Procura non trova un assassino, non certifica complotti, non individua una mano criminale dietro la morte al residence Le Rose di Rimini o dietro l’esclusione dal Giro del 1999 a Madonna di Campiglio. Ma, nel ricostruire la parabola del campione, descrive un uomo fragile, isolato, progressivamente separato dal ciclismo, dagli affetti, dalla quotidianità. Un uomo che, nel momento più buio, non aveva più attorno una rete familiare capace di trattenerlo.
In questa lettura, l’archiviazione diventa una doppia beffa soprattutto per la famiglia, e in particolare per mamma Tonina, che per anni ha cercato una verità diversa, sostenendo costi altissimi in legali e consulenze, senza ottenere una prova giudiziaria capace di ribaltare le conclusioni già note. Dopo tante battaglie, il risultato è un provvedimento che non indica colpevoli esterni, ma restituisce un’immagine crudele: Pantani non fu salvato da nessuno.
Dire che la Procura “dà la colpa alla famiglia” sarebbe una semplificazione giuridicamente impropria. Ma sul piano umano l’indice è puntato anche lì: su quella cerchia di affetti, protezioni e presenze che avrebbe dovuto accorgersi del precipizio. Non un’accusa penale, ma un atto d’accusa morale verso chi, a vario titolo, non seppe o non riuscì a stargli accanto.
È qui che l’archiviazione pesa più di una sentenza. Perché chiude la strada del complotto e lascia aperta quella, forse più insopportabile, dell’abbandono. Pantani non sarebbe morto perché qualcuno lo uccise, ma perché, dopo essere stato travolto dal sospetto, dal doping, dal clamore mediatico e dalla sua fragilità, rimase solo. E quella solitudine, oggi, è l’unico vero imputato.