22 Settembre, 2026 Cesenatico

Pantani oggi avrebbe compiuto 56 anni: come ricordarlo senza retorica?

C’è un problema, quando si prova a scrivere di Marco Pantani: le parole arrivano con la polvere addosso. Sono state usate troppe volte, lucidate e consumate fino a diventare automatiche. “Pirata”, “ascesa”, “caduta”, “maledizione”, “genio”, “fragilità”. Ogni volta che le metti in fila, sembra di ripassare un copione più che raccontare una persona.

Eppure Pantani resta lì, intatto nel punto in cui lo sport incontra la memoria collettiva. Non solo per ciò che ha vinto, ma per come ha costretto tutti – tifosi, detrattori, giornalisti, perfino chi del ciclismo non sapeva nulla – a prendere posizione. 

È difficile parlarne senza scivolare nel già detto perché Pantani è stato trasformato in simbolo: e i simboli divorano le sfumature. O lo si difende a oltranza, o lo si riduce a un caso. In mezzo, spesso, resta poco spazio per l’essenziale: un atleta che correva in modo riconoscibile, quasi narrativo, e che per questo è diventato indelebile.

Forse la data giusta per fermarsi non è quella della fine. La morte, arrivata nel giorno di San Valentino, ha un peso che sembra fatto apposta per alimentare l’album delle coincidenze e delle letture facili. Ma le commemorazioni non dovrebbero essere una calamita per il buio. Il 13 gennaio, invece – giorno del suo compleanno – è una data più onesta: non chiede verdetti, non pretende un colpevole, non impone il tono grave. Ti invita a guardare indietro senza obbligarti a pronunciare l’ultima parola.

A Cesenatico questa scelta, in fondo, la fanno da anni. Il ricordo di Pantani non è una liturgia annuale: è una presenza che ricompare nelle conversazioni, nei luoghi, nelle abitudini. Non immutabile perché congelata, ma immutata perché continua. Un affetto che non ha bisogno di alzare la voce, né di aggiungere aggettivi: sta lì, come certe cose di casa che non si spostano mai.

E allora sì: ricordarlo è difficile, proprio perché è facile cadere nella scorciatoia della retorica. Ma forse il modo più rispettoso è questo: sottrarsi alle frasi prefabbricate, evitare la retorica del “se” e del “chissà”, e tornare ad una ricorrenza semplice. Un compleanno. Che non assolve e non condanna. Che, per un giorno, mette da parte il finale e restituisce l’inizio.

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