Siamo fatti così: amiamo le parole che salvano il mondo, ma nel tragitto verso casa inciampiamo nelle nostre stesse contraddizioni. L’Italia è la repubblica dei buoni titoli – “pace”, “legalità”, “merito”, “trasparenza” – e delle pratiche che li smontano con la delicatezza di un martello. È il nostro vizio più italiano: predicare una cosa e farne un’altra.
Il paradosso è ormai una grammatica. Che altro è, del resto, un “corteo per la pace” che s’accende come un fiammifero, si inabissa in tafferugli e si chiude con i soliti comunicati politici che si danno torto a vicenda?
L’aspirazione è nobile, l’esito prosaico: slogan pacifisti da un lato, caschi e scudi dall’altro; cori contro la violenza e, subito dopo, il sibilo dei manganelli. È come se, per dimostrare la necessità della nonviolenza, ci si affidasse – paradosso – alla prova della forza.
Questa parabola non è un incidente: è un format. Si parte con l’innocenza della piazza, si attraversa la liturgia dei megafoni, si mischia speranza e rabbia, poi, alla prima curva, saltano i nervi e si lanciano uova e fumogeni. Il risultato è un grande boato simbolico che vaporizza il messaggio iniziale. Il giorno dopo, resta il conto: strade bloccate, treni in ritardo, esercizi chiusi, città stremate.
Il punto non è negare il diritto di manifestare; è chiedersi perché, in Italia, il dissenso fatichi a reggere la prova della coerenza. Ci condanniamo a una sceneggiatura ricorrente: o la piazza sedata che si perde nel brusio o la piazza incandescente che si perde da sé. Nel mezzo, dove la democrazia di solito respira, non riusciamo a stare abbastanza a lungo.
Perché succede? Perché crediamo che la radicalità del gesto (bloccare un’autostrada, invadere i binari) sia sinonimo di moralità della causa. Non lo è. Una causa sacrosanta – tanto a Bologna quanto nella striscia di Gaza – può perdersi nel metodo sbagliato. La pace pretende un’ostinazione paziente, quasi artigianale: procedure, tavoli, mediazioni, tempi lunghi. La piazza può aprire una crepa, non sostituire l’architettura.
Il secondo corto circuito è istituzionale: reagiamo al calore con il calore. Davanti a cortei tesi, le risposte sono spesso simmetriche: irrigidimento, cordoni serrati, idranti pronti. È la logica dello specchio: raddoppia l’immagine, non la corregge. Manca il cuscinetto, la cerniera tra protesta e città, il presidio che previene, parla, separa, raffredda. È meno spettacolare di un lancio di fumogeno, ma infinitamente più utile.
In fondo, guardiamoci negli occhi, i disordini per la pace a Gaza sono il riflesso di un Paese che protesta con i Reel, che si fa il selfie mentre sfila e che adora le “mode del momento”. Che sia Gaza, Kirk o il Bataclan poco importa.
Per curare questa miserabile superficialità non servono eroi, ma manutentori: persone che sappiano fare spazio tra il diritto di gridare e il dovere di capirsi. Allora sì, un giorno potremo scrivere il titolo opposto: “Il corteo della pace finisce in pace.” E sorprenderci – finalmente – solo per la normalità.