“Mio figlio non è un bambino cattivo. Non è svogliato, non è da punire. È un bambino da capire e da aiutare”. È da qui che parte il racconto di una madre che, per un anno intero, ha provato a chiedere alla scuola una cosa semplice e gigantesca insieme: aiutare suo figlio a stare bene.
Suo figlio ha sette anni, ha frequentato la prima elementare in una scuola non del comune di Cesenatico e convive con difficoltà comportamentali poi inquadrate in una diagnosi di ADHD con disturbo oppositivo-provocatorio, iperattività, impulsività, deficit dell’attenzione e ansia da separazione maturata proprio nel contesto scolastico.
“Noi ci siamo accorti subito che, nel comportamento di nostro figlio, qualcosa funzionava in modo diverso — racconta la madre — e ci siamo mossi immediatamente. Prima con un percorso privato, poi con la presa in carico dell’Ausl. Non abbiamo mai negato le difficoltà di nostro figlio. Al contrario, abbiamo cercato aiuto”.
Un aiuto che la famiglia pensava di trovare anche nella scuola. “Fin dalle prime settimane abbiamo parlato con le insegnanti. Abbiamo spiegato tutto. Abbiamo detto: guardate che non è un bambino cattivo, è un bambino che ha bisogno di essere incoraggiato”. Nel corso dell’anno scolastico, racconta la madre, i colloqui sono stati circa una dozzina. “Abbiamo cercato fino all’ultimo un’alleanza educativa. Non volevamo lo scontro, volevamo costruire un percorso insieme”.
Secondo la famiglia, però, quell’alleanza non sarebbe mai arrivata davvero. Al suo posto note sul diario, allontanamenti dalla classe, esclusioni dalle attività e provvedimenti vissuti dal bambino come umilianti. “Lo hanno messo a mangiare da solo, con la faccia contro il muro. Lo mandavano fuori dalla classe. Lo escludevano dall’educazione fisica. E tutto questo veniva scritto nero su bianco, come se fosse normale”.
La madre descrive un bambino progressivamente spento, travolto da una scuola che avrebbe dovuto proteggerlo e che invece, nel suo racconto, non sarebbe riuscita a comprenderlo.
Nel frattempo la famiglia chiede strumenti concreti: un piano didattico personalizzato, strategie educative, formazione per chi ogni giorno deve gestire un bambino con bisogni speciali. “Dicevo: se non capite che cosa avete davanti, non potete aiutarlo. Un bambino con ADHD spesso sembra solo monello, svogliato, ingestibile. Ma non è così. Bisogna avere competenze, empatia, strumenti appropriati”.
Ed è proprio questo il messaggio che la madre tiene più di ogni altro a trasmettere. “Il punto non è che nostro figlio non debba essere ripreso o, quando serve, anche rimproverato. Certo che va fatto. Ma va fatto in un altro modo. Non attraverso la punizione, l’umiliazione o l’isolamento. Lui va accolto nelle sue difficoltà, non giudicato come un bambino sbagliato”.
La famiglia racconta anche il peso degli sguardi e dei giudizi esterni. Non solo quelli vissuti nel rapporto con la scuola, ma anche quelli di chi tende a ridurre tutto a un problema di educazione familiare. “Troppe volte ci siamo sentiti dire che si comporta così perché noi genitori saremmo troppo permissivi, perché davanti a una escalation di comportamenti oppositivi non reagiamo con durezza ma proviamo a calmarlo, a parlargli, ad accompagnarlo. In realtà abbiamo capito sulla nostra pelle l’esatto contrario: con un bambino come lui non serve essere più duri, serve essere più competenti, più presenti, più capaci di comprenderlo”.
Secondo la madre, quelle richieste sarebbero rimaste troppo a lungo senza risposta. Solo alla fine dell’anno, con l’arrivo della certificazione di disabilità, la scuola avrebbe proposto il PEI, il Piano Educativo Individualizzato. “Ma a quel punto l’anno era finito. Nostro figlio aveva già smesso di scrivere, aveva i quaderni bianchi da febbraio, rifiutava l’apprendimento. Noi per mesi avevamo chiesto un piano didattico personalizzato. Non per avere un privilegio, ma per garantire il suo diritto allo studio”.
Il bambino diventa sempre più ostile nei confronti dell’ambiente scolastico arrivando a reazioni d’ansia e pianto di una tale intensità che, a due mesi dal termine dell’anno, la famiglia decide di non far più frequentare al bambino alcune ore di lezione. “È stata una scelta dolorosa, perché sapevamo che così perdeva scuola. Ma avevamo una preoccupazione seria. E nessun genitore dovrebbe essere costretto a scegliere tra il diritto all’istruzione e la serenità del proprio figlio”.
Oggi il bimbo è stato iscritto in un plesso scolastico di Cesenatico. La famiglia spera che possa ricominciare, ritrovare fiducia, incontrare adulti capaci di leggere la sua fatica senza trasformarla in colpa. “Non sarà facile fargli recuperare la fiducia nella scuola dopo ciò che ha vissuto. Ma voglio credere che troveremo un ambiente più accogliente, più gentile”.
La famiglia sta valutando di intraprendere azioni nei confronti dell’istituzione scolastica. Ma la madre insiste su un punto: “Non lo facciamo per vendetta. Non vogliamo una rivincita. Vogliamo che non succeda più a nessun bambino”.
Perché questa storia, prima ancora che una vicenda scolastica, è una storia d’amore. L’amore ostinato di due genitori che hanno visto il proprio figlio soffrire e hanno continuato a chiedere ascolto. “Aveva solo diritto di imparare”, dice la madre. E forse è proprio questa la frase che resta addosso: un bambino di sette anni non chiedeva privilegi, chiedeva scuola. Una scuola capace di includerlo, non di lasciarlo indietro.