7 Novembre, 2026 Cesenatico

Referendum e tifo da stadio: quando la politica perde il senso della misura

A costo di passare per ingenui, verrebbe da dire che il sindaco di Rimini ha semplicemente pronunciato una verità elementare: il clima della campagna referendaria è fuori controllo. Non tanto per la legittima differenza di opinioni – che anzi è il sale della democrazia – quanto per la trasformazione di un confronto politico in una partita da “curva”, con cori, scomuniche e accuse reciproche che non lasciano spazio a sfumature.

È qui che la posizione di Jamil Sadegholvaad risulta non solo comprensibile, ma condivisibile: si può votare No (o Sì) senza che questo definisca automaticamente chi siamo, cosa pensiamo del mondo o quale “campo” morale abitiamo. 

L’idea che una croce su una scheda possa diventare un certificato di purezza – o al contrario una prova di collusione con chissà quale spettro del passato – è una scorciatoia comoda per la propaganda, ma tossica per il dibattito pubblico.

Il referendum sulla giustizia tocca un tema delicato, certo. Ma proprio perché delicato dovrebbe richiedere rigore, argomenti, ascolto. Invece sta accadendo l’opposto: la discussione si riduce a etichette, a sospetti, a processi alle intenzioni. E in questa corsa all’esasperazione non si distinguono più “buoni” e “cattivi”: si scade, da entrambe le parti, nel linguaggio degli ultras. Come se quel voto fosse “la cosa più importante del mondo”, l’ultima linea di confine tra salvezza e rovina.

Nel frattempo, però, il Paese reale resta sullo sfondo. Il lavoro che manca o che non basta, le bollette, la sanità, la sicurezza quotidiana, il costo della vita, le periferie, la qualità dei servizi: problemi che non chiedono slogan, ma soluzioni. E allora la domanda sorge spontanea: a chi conviene una politica che urla sempre più forte, mentre ascolta sempre meno?

Sadegholvaad fa bene a ricordarlo: se rifiutiamo il confronto interno, se scambiamo la critica per tradimento e la complessità per debolezza, seguiamo un binario morto. E soprattutto ci allontaniamo dall’unica cosa che dovrebbe contare davvero: governare i problemi delle persone, non alimentare la guerra delle appartenenze.

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