7 Novembre, 2026 Cesenatico

Scuole bellissime, aule vuote: a chi stiamo pensando davvero?

La giunta che oggi governa la nostra città, come è stato ribadito anche ieri sera in consiglio comunale, passerà alla storia per i ponti e, soprattutto, per le scuole. E in effetti i due mandati di Matteo Gozzoli ci consegneranno in eredità plessi scolastici nuovi di zecca: strutture sicure, moderne, efficienti, dotate di servizi all’avanguardia e pensate perfino per accogliere i bambini fin dai primi mesi di vita.

Sulla carta, un piccolo paradiso educativo. Ma la domanda che quasi nessuno ha il coraggio di porre è un’altra, semplice e spiazzante: per chi le stiamo costruendo?

Mercoledì pomeriggio, a Bellaria, durante il quarantennale della cooperativa sociale Il Cigno, il presidente della Regione, Michele De Pasquale, ha ricordato che l’inverno demografico in Italia e in Romagna non è più una minaccia teorica: è un dato di fatto, e per di più considerato ormai difficilmente reversibile. Tradotto: o troviamo il coraggio di mettere in campo una politica strutturale a favore delle nascite e ci dotiamo finalmente di un progetto di immigrazione serio, ordinato e coerente, oppure – semplicemente – quei bambini che oggi immaginiamo a riempire le nostre nuove aule scolastiche, domani non ci saranno.

Il rischio è fin troppo chiaro: tagliare nastri davanti a edifici scolastici splendidi, ma vedere crescere anno dopo anno classi sempre più piccole, sezioni accorpate, corridoi silenziosi. Un paradosso che riguarda da vicino anche la nostra città, ferma da trent’anni sotto la soglia dei 26.000 abitanti, come se avesse tirato il freno a mano sulla propria crescita e si accontentasse di sopravvivere, più che di svilupparsi.

L’incremento demografico non è uno slogan da campagna elettorale né una semplice esortazione a “fare più figli”. È una questione concreta di condizioni materiali di vita.
Le giovani coppie, schiacciate dal caro affitti, dall’aumento dei mutui, dal costo dei servizi e da salari che non tengono il passo, spesso non riescono a permettersi più di un figlio. Se davvero vogliamo una città viva, con scuole piene e quartieri che non si spengano alle otto di sera, serve una politica per la casa chiara, coraggiosa e di parte: dalla parte di chi vuole mettere radici.

Invece, davanti ai nostri occhi esplode il fenomeno degli affitti brevi: appartamenti sottratti all’abitazione stabile e trasformati in asset finanziari da spremere finché il mercato turistico regge. Interi palazzi diventano un via vai di valigie con il trolley, più che di zaini di studenti. I nostri quartieri si trasformano in un guazzabuglio di immobili a fini speculativi, pensati per massimizzare la rendita immediata e non per garantire una vita quotidiana dignitosa a chi lavora, studia, cresce i figli.

È un meccanismo che arricchisce palazzinari e proprietari, certo, ma che alla collettività restituisce ben poco: precarietà abitativa, turnover continuo di volti che non fanno in tempo a diventare vicini di casa, perdita di servizi di prossimità. In una parola: meno comunità.

E allora la riflessione diventa inevitabile: oltre a progettare le scuole, dobbiamo chiederci seriamente chi le abiterà. Perché non è sufficiente vantarsi di avere gli edifici più belli della regione se, nel frattempo, ci rassegniamo a una città che non sa più attrarre i giovani. Una città che non si interroga su come accogliere famiglie, lavoratori, nuovi cittadini; che non lavora per diventare un luogo dove convenga vivere, studiare, crescere, rischia di costruire solo cattedrali nel deserto: perfette nelle brochure, splendide nelle foto delle inaugurazioni, ma progressivamente vuote di voci, di bambini, di futuro.

La vera sfida politica, oggi, non è solo posare la prima pietra di una scuola. È creare le condizioni perché, domani, qualcuno abbia ancora voglia – e possibilità – di varcarne il portone ogni mattina.

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