C’è qualcosa di profondamente storto nel modo in cui, dopo l’irruzione nella sede de La Stampa, una parte del dibattito ha provato a spostare il fuoco: invece di parlare di chi entra in una redazione per intimidire, si è finiti a discutere di quanto i giornali “se la siano cercata”. È esattamente il senso – devastante – delle parole di Francesca Albanese quando, dopo aver formalmente condannato il blitz, aggiunge che deve essere “un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro”.
No. Questo è il ribaltamento dei ruoli: la vittima, la redazione sotto assedio, diventa sospetta; l’aggressore finisce quasi sullo sfondo, come sintomo “comprensibile” di un malessere più grande.
È un meccanismo noto: non si osa giustificare apertamente la violenza, ma la si mette in contesto quel tanto che basta per farne ricadere una quota di responsabilità sulla stampa. È inaccettabile ed è vergognoso che a farlo sia chi ricopre un incarico Onu legato ai diritti umani.
La libertà di stampa non è un premio che si concede ai giornali che ci piacciono, né un bonus da revocare a chi scrive cose che non condividiamo. È un presidio che vale soprattutto quando il giornale racconta ciò che ci irrita, ci disturba, ci contraddice.
Chi entra in una redazione per intimidire sta colpendo un pezzo della democrazia, non una “parte” del conflitto in Medio Oriente. Non c’è conflitto, non c’è polarizzazione politica, non c’è rabbia sociale che possa trasformare questo gesto in “messaggio”. È solo violenza.
Criticare la stampa è legittimo, anzi necessario. Si può attaccare la qualità dell’informazione, denunciare squilibri, errori, omissioni. Ma lo si fa con altri strumenti: con più informazione, più trasparenza, più pluralismo, non con i cortei che sfondano le porte dei giornali.
Mescolare critica e intimidazione, come fanno le parole di Albanese, è pericoloso perché manda un segnale semplice e micidiale: se la stampa non racconta le cose “come dico io”, allora è in qualche modo corresponsabile di quello che le accade.
Non funziona così. Un giornale può sbagliare cento volte, ma il confine resta invalicabile: non si tocca con la violenza. Difendere la stampa “in ogni caso” significa proprio questo: non blindare i giornalisti dall’errore, ma proteggerli dall’idea che la loro linea editoriale possa essere corretta a colpi di paura. Chi davvero ha a cuore i diritti umani non può permettersi ambiguità su questo punto.