6 Novembre, 2026 Cesenatico

La sicurezza “a intermittenza” della nostra politica: sirene a destra, indignazione a sinistra

In questo paese c’è un modo infallibile per far comparire la parola “sicurezza” sulle prime pagine dei giornali: scegliere la vittima giusta. Se finisce male un poliziotto – un celerino, un agente in servizio – la destra rispolvera d’istinto il repertorio d’antan: “linea dura”, “misure straordinarie”, “tolleranza zero”. Il tono è quello da “qui ci vuole lo Stato”, con l’aria grave di chi scopre oggi che in strada succedono cose brutte. 

Se invece a essere picchiato è un omosessuale, o una persona presa di mira da un branco con nostalgie fasciste, la sinistra accende i riflettori morali: veglie, parole solenni, appelli, cortei di rito. Tutto necessario, per carità. Ma sempre con lo stesso difetto: la sicurezza diventa una bandiera da sventolare, non un dovere da garantire. E soprattutto: vale solo per alcune storie, per alcune facce, per alcuni profili “simbolici”.

Il problema è che, in questa città, per meritare protezione non dovresti indossare un casco né portare addosso una causa. Dovresti semplicemente esistere. E invece, anche a Cesenatico, esistono categorie invisibili: tabaccai che aprono al mattino “perchè, quando scende il buio, non ce la sentiamo”, piadinari che in un mese denunciano quattro furti e nessuno muove un dito; famiglie che cambiano strada la sera e la chiamano “prudenza”; anziani che non escono più dopo cena perché “tanto qui non passa nessuno”. Denunciano, aspettano, si sentono rispondere “faremo il possibile”, che in dialetto amministrativo significa: arrangiatevi.

E quando un concittadino viene massacrato di botte solo perchè si è innamorato della donna sbagliata, spesso non arrivano nemmeno le domande giuste, figuriamoci le risposte: si perde tutto tra rimpalli, scartoffie, “competenza non nostra”, “servono risorse”, “ci stiamo lavorando”. Intanto la paura cresce e la fiducia evapora.

Così la politica continua a prenderci in giro: destra e sinistra che si specchiano l’una nell’altra, vivendo di slogan e di conati emotivi. Un giorno “emergenza sicurezza”, il giorno dopo “non strumentalizziamo”. Un giorno “più pattuglie”, il giorno dopo “più educazione”. Tutto vero, tutto incompleto, tutto usato come clacson elettorale.

Guidare un Paese richiede razionalità e lucidità: numeri, prevenzione, presenza sul territorio, giustizia che funzioni, servizi che reggano, certezza della pena. Ma soprattutto richiede una cosa banale: smettere di scegliere chi merita paura e chi merita protezione.

Perché la sicurezza non è una spilletta da appuntare sul bavero dell’amico né una candela da accendere solo davanti alle telecamere. L’hanno capito tutti fuorchè la politica che continua a nutrirsi coi soliti cliché, fomentando le sue curve e proteggendo le sue tribù. Il resto può aspettare. E infatti aspetta, denuncia, richiude la serranda e si abitua alla paura.

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