Nel turismo ci siamo già passati e, forse proprio per questo, dovremmo riconoscere i segnali in anticipo. A Cesenatico spesso la narrazione precede i fatti; e i fatti, quando arrivano, vengono selezionati e ordinati non per spiegare la realtà, ma per renderla utile a qualcuno.
Il paradosso è semplice: senza dati chiari e soprattutto credibili, ognuno può dire qualsiasi cosa. Ancora oggi, per esempio, non esiste un dato pubblico, condiviso e comprensibile, su arrivi e presenze di luglio 2025. E quando manca un riferimento comune, la domanda non è più “com’è andata?”, ma “chi la racconta meglio?”.
Dal punto di vista politico il meccanismo è quasi automatico: se il turismo va bene, l’amministrazione si attribuisce il merito; se va male, diventa una clava per l’opposizione. È un’equazione comoda, perché trasforma ogni curva in propaganda. Ma produce un effetto collaterale serio: non aiuta a capire, non aiuta a correggere, non aiuta a pianificare. Sposta l’attenzione dalle cause alle colpe e dalle soluzioni al tifo.
Lo stesso schema oggi sta scivolando sul tema della sicurezza. Se accadono episodi criminali, la responsabilità diventa subito “di chi governa”, tra dichiarazioni, post e reazioni a caldo. L’opposizione prova a capitalizzare enfatizzando ogni fatto di microcriminalità come prova di un fallimento generale. Dall’altra parte, chi amministra tende a minimizzare, smorzare, comunicando solo quando c’è un provvedimento “nero su bianco”. Non perché il problema non esista, ma perché ammetterlo significa offrire all’avversario un’arma bianca.
Così però la sicurezza smette di essere tutela concreta dei cittadini e diventa terreno di scontro, dove ogni fatto viene modellato per rientrare nella narrazione che conviene.
Poi ci sono gli strumenti. Le chat di vicinato, citate nell’ultimo incontro sulla sicurezza, sono l’esempio perfetto di come si possa produrre molta forma e poca sostanza. Nella pratica generano auguri, battute, chiacchiere, frammenti di vita quotidiana. Tutto legittimo: una comunità che parla non è mai un male. Ma se l’obiettivo è contribuire alla sicurezza, bisogna guardare ai risultati. E, in otto anni, al netto di singoli episodi (un 14enne alla guida di una moto non idonea, un caso di favoreggiamento della prostituzione, l’ultimo ricercato bloccato dalla Municipale), non emerge un contributo significativo in termini di identificazioni o denunce grazie a quel meccanismo. Così com’è impostato, somiglia più a un rito comunitario che a un dispositivo efficace.
Un nodo sta spesso nella governance: a coordinare ci sono presidenti di quartiere o comitati che rispondono direttamente all’amministrazione e ne risultano, inevitabilmente, condizionati. Se chi coordina ha interesse – esplicito o implicito – a non dare troppo risalto a certi episodi, il sistema perde trasparenza e, con essa, credibilità.
La via d’uscita è meno spettacolare di quanto piaccia alla politica. Significa fidarsi di più delle forze dell’ordine e smettere di trasformare ogni episodio in un referendum sull’amministrazione. Vuol dire ascoltare chi opera sul campo e garantire strumenti coerenti con ciò che serve: dotazioni come i taser elettrici o spazi adeguati per la gestione temporanea dei fermati, se richiesti da tempo, vanno concessi senza troppi tentennamenti, soprattutto se – come nel caso di Cesenatico – il bilancio lo consente.
Infine il capitolo dei CAS (centri di accoglienza straordinari) di Villamarina e Tagliata. Qui la politica oscilla tra due estremi ugualmente inutili: silenzio prudente o allarme generalizzato. In mezzo c’è una sola necessità: controllo. Se attorno a quelle aree si annidano attività di spaccio (e sappiamo tutti che è così), servono verifiche serie, continuità, collaborazione tra enti e interventi mirati. Non serve criminalizzare tutti, non serve negare tutto. Serve governare i problemi, che è diverso dal governare la narrazione.
Entrambe le parti sanno che la prossima campagna elettorale si giocherà molto sulla sicurezza. Il rischio è la solita banalizzazione: da una parte chi enfatizzerà la microcriminalità per colpire l’avversario, dall’altra chi proverà a minimizzarla per difendersi. Nel mezzo restano i cittadini, che non chiedono propaganda, ma chiarezza, presenza e, soprattutto, risposte.