Ci hanno raccontato questo referendum come una svolta storica, quasi come la chiave capace di rimettere in sesto la giustizia italiana. Ma basta guardarlo con un minimo di onestà, e senza le lenti deformanti della propaganda, per arrivare a una conclusione molto semplice: non cambierà nulla di sostanziale nella vita degli italiani.
Non diventeranno più brevi i processi, che continueranno a trascinarsi per anni. Non si riempiranno magicamente gli organici delle procure, che restano sotto pressione e sottodimensionati. Non migliorerà, da un giorno all’altro, il funzionamento quotidiano di una macchina giudiziaria che soffre di problemi strutturali ben più profondi di quelli agitati in campagna referendaria. E perfino uno dei temi più sbandierati, quello del passaggio di carriera dei magistrati, riguarda una quantità minima di casi: troppo poco per spacciare questa consultazione come una rivoluzione epocale.
La verità è che questo referendum è stato gonfiato, piegato e infine svuotato del suo contenuto reale. È diventato altro. È diventato l’ennesimo ring della politica italiana, l’ennesima conta tra schieramenti opposti, l’ennesima recita in cui destra e sinistra fingono di discutere del merito mentre in realtà stanno misurando solo il proprio peso. Più che un referendum sulla giustizia – come ha ammesso candidamente Bonaccini – è un referendum sul governo. Una prova di forza. Un termometro politico. Tutto, tranne ciò che dovrebbe essere.
Ed è questo il dato più avvilente. In Italia la politica riesce sistematicamente a corrompere ogni discussione pubblica, a coprire la sostanza con l’ideologia, a sostituire i problemi concreti con parole d’ordine buone per i talk show. Le persone chiedono soluzioni, ricevono slogan. I cittadini vivono nella realtà, i partiti si muovono nella messinscena.
Perché mentre ci chiedono di appassionarci a un referendum venduto come decisivo, il Paese reale continua a fare i conti con ben altro. Con la benzina sopra i due euro al litro. Con bollette sempre più pesanti. Con il caro energia che si scarica su tutto, perfino sui costi più ordinari della vita quotidiana.
Per questo il sospetto è inevitabile: che questo referendum sia anche un’enorme arma di distrazione di massa. Un modo per spostare l’attenzione, per riempire il dibattito pubblico di fumo politico mentre i problemi veri mordono sempre di più.
Comunque vada, resta una certezza. La mattina dopo il voto, gli italiani si sveglieranno con gli stessi stipendi, le stesse bollette, gli stessi ritardi della giustizia e la stessa politica intenta a vendere come storica una consultazione che, nella sostanza, non sposterà nulla.