C’è una tentazione molto diffusa nei territori che vivono di turismo, di immagine e di consenso: quella di nascondere la polvere sotto il tappeto. Accade ogni estate, puntualmente. Basta pubblicare la notizia di uno sforamento alla foce del Rubicone, raccontare episodi di degrado in spiaggia o documentare la presenza di baby gang e maranza nelle località della Riviera, ed ecco che parte il solito coro: “Così si fa un danno al turismo”.
È un ragionamento comprensibile dal punto di vista umano ed economico, ma profondamente sbagliato sotto il profilo culturale e civile. Perché il problema non è chi racconta i fatti. Il problema sono i fatti stessi.
L’altra sera, a Milano Marittima, durante un incontro elettorale a cui ho partecipato, diversi operatori turistici mostravano nei cellulari video e immagini di situazioni imbarazzanti: risse, vandalismi, gruppi fuori controllo, scene che raccontano un clima di crescente insicurezza. Materiale che però nessuno vuole diffondere, né sui social né ai giornali, per paura di compromettere l’immagine della località e, di conseguenza, i propri affari.
È la stessa mentalità che, anni fa, portò Pierpaolo Bisoli a sostenere pubblicamente che i giornalisti locali avrebbero dovuto “nascondere le magagne dello spogliatoio” del Cesena Calcio perché, in caso di promozione in Serie A, tutti ne avrebbero beneficiato. Una visione curiosa, quasi romantica, ma incompatibile con il significato stesso della parola giornalismo.
Il dovere di un cronista non è proteggere il potere, le istituzioni o gli interessi economici di turno. Il dovere di un giornalista è raccontare la realtà. Anche quando è scomoda. Soprattutto quando è scomoda.
Chi fa informazione seria non denuncia problemi per sadismo, per polemica o per il gusto di danneggiare un territorio. Lo fa perché segnalare criticità significa accendere una luce dove qualcuno preferirebbe il buio. Significa mettere le istituzioni davanti alle proprie responsabilità. Significa chiedere risposte.
Se nel mare tornano gli sforamenti, non bisogna prendersela con chi pubblica i dati, ma con chi deve intervenire per evitarli. Se Milano Marittima deve convivere con orde di maranza e baby gang, la colpa non è dei giornalisti che documentano il fenomeno, ma di chi non ha saputo prevenirlo o contrastarlo in maniera efficace.
Nascondere i problemi non li risolve. Li aggrava. E spesso li rende irreversibili.
Forse è anche questa mentalità provinciale, questa ossessione per la reputazione di facciata, che negli ultimi vent’anni ha frenato la crescita di interi territori. Perché la credibilità non nasce dal silenzio, ma dalla capacità di affrontare la realtà.
In fondo, la questione è molto semplice: chi rompe il silenzio non crea il problema: impedisce che marcisca sotto il tappeto.
