C’è una costante che, in Romagna, torna puntuale quasi quanto l’estate: il comunicato autocelebrativo. Cambiano le firme, cambia il tono, cambiano gli aggettivi, ma la sostanza resta sempre la stessa. Questa volta tocca al presidente di Visit Romagna Jamil Sadegholvaad riproporre il copione più classico del repertorio istituzionale: cifre scintillanti, record da sbandierare, parole accuratamente scelte per trasformare un presunto bilancio turistico in una certificazione politica di efficienza, visione e successo.
È il politichese nella sua forma più fedele: se la Romagna “funziona”, allora qualcuno ha lavorato bene; se i numeri sorridono, allora la governance merita applausi; se arrivano i record, allora tutto il resto può passare in secondo piano, comprese le lagnanze di quei visionari “mai contenti” che, nel settembre scorso, parlarono di “stagione complicata”.
Peccato che la realtà, quella che conoscono albergatori, pubblici esercizi, famiglie, lavoratori stagionali e intere località alle prese con costi, servizi, collegamenti, carenza di strategie e competitività in affanno, racconti un’altra storia. Ed è una storia assai meno trionfale.
Noi, francamente, a questa narrazione non crediamo. Non crediamo minimamente a questo ottimismo di maniera, confezionato con il lessico rassicurante delle conferenze stampa e con quella retorica da fine anno in cui tutto va bene, anzi benissimo, proprio mentre i problemi strutturali restano lì, intatti. Perché una destinazione turistica non si misura con i toni enfatici dei comunicati, ma con la qualità dell’offerta, con la tenuta delle imprese, con gli investimenti reali, con la capacità di programmare, di innovare, di dare risposte concrete.
E invece, ancora una volta, si preferisce la propaganda. Ancora una volta si costruisce un racconto ufficiale distante anni luce dalla percezione diffusa di un turismo che avrebbe bisogno di ben altro: infrastrutture moderne, promozione credibile, destagionalizzazione vera, sostegno agli operatori, visione di lungo periodo. Non slogan. Non autoassoluzioni. Non l’ennesima operazione cosmetica, spalleggiata dai siti che fanno informazione istituzionale, utile più a blindare un consenso che a leggere la situazione per quella che è.
C’è poi un elemento che rende tutto questo ancora meno convincente: in una regione che non ha ancora comunicato con chiarezza dati fondamentali di mesi cruciali come luglio, stupisce questa fretta di trasformare ogni cifra in una fanfara. Prima la trasparenza, poi eventualmente i festeggiamenti. Prima la completezza dei dati e la coerenza sui metodi, poi le medaglie appuntate da soli sul petto.
La verità è più semplice e, proprio per questo, più scomoda: ad oggi la Regione, per il turismo romagnolo, non ha fatto ciò che serviva davvero. E allora no, non basta riprovarci con un altro titolo ad effetto, con un’altra raffica di percentuali, con un’altra celebrazione istituzionale. Perché tra la Romagna raccontata nei comunicati e quella vissuta ogni giorno da chi nel turismo lavora, investe e resiste, la distanza resta enorme. E non sarà certo un comunicato, caro Jamil, a colmarla.