Sulla banchina di Cesenatico, avvolta da un velo di nebbia, ieri si respirava un’aria triste. La morte di Giovanni Lacchini (classe 1935) ha listato a lutto tutta la marineria locale, da sempre legata a doppio filo ai suoi simboli.
E “Giuvanin”, come lo chiamavano tutti, era uno dei suoi simboli più longevi, lui che era nato – come tutti i pescatori di Cesenatico – nel rione brumoso de “La Valona” e che, assieme ai suoi due fratelli, era discendente della storica Casata dei Lacchini, un cognome che sul porto di Cesenatico ha un valore e una storia.

Ma la spensierata vita da pensionato di Giovanni, circa tre anni e mezzo fa, aveva subito un colpo durissimo. Mentre attraversava le strisce pedonali del ponte di via Mazzini con la bicicletta sotto braccio, un Suv nero gli aveva schiacciato un piede, lacerandolo. E’ la figlia Maureen a raccontare, nel giorno dell’addio, quel tragico episodio: “Fino a quel giorno il babbo le aveva superate tutte – ricorda – aveva avuto seri problemi di salute, un triplo by-pass coronarico e tanti altri guai fisici, ma era di una tempra speciale, le mie amiche lo chiamavano Highlander, e con un coraggio esemplare quei problemi, uno dopo l’altro, li aveva superati tutti. Quella ferita al piede, però, gli aveva creato problemi enormi. Lui era diabetico, la lesione non si rimarginava e, tra dolori, infezioni ed interventi chirurgici, gli ultimi anni, per lui e per noi che lo vedevamo sofferente, sono stati un calvario. Oggi che il babbo non c’è più il mio pensiero va anche a quell’automobilista che, anziché fermarsi a soccorrerlo, decise di tirar dritto per non avere problemi. Per colpa sua gli ultimi anni di mio padre sono stati un inferno. Spero che legga queste righe e che, almeno adesso che non c’è più, trovi il coraggio di farsi vivo e di chiedergli perdono”.

Giovanni è morto, nella sua casa (“come lui desiderava”), all’età di 89 anni: “Stava male – ricorda la figlia – si è spento piano piano, ma a me piace ricordarlo forte e coraggioso quando, di ritorno dalla pesca, per farmi gli scherzi, mi posava le sue mani fredde sulle guance. Era un vero marinaio, un uomo temprato dalla guerra che sapeva rispettare il mare e che viveva il suo lavoro con passione. Si alzava ogni mattina alle 4 ma, in tanti anni, non l’ho mai sentito neppure una volta lamentarsi. Aveva una fibra d’acciaio ed una voglia di vivere che dovrebbe essere da esempio per i giovani d’oggi”.
Durante la seconda guerra mondiale, quando era solo un bambino, si rese protagonista di un episodio eroico che raccontava raramente “perché lui – ricordano i familiari – era una persona umile e modesta, uno che non amava stare sotto i riflettori”.
Aveva cominciato a navigare a vela, quando i pescatori si orientavano con le stelle: “Raccontava che, quando c’era la nebbia, per capire in quale porto si trovassero, si avvicinavano alla costa ed urlavano: ’Dove siamo?’. ‘Siete a Bellaria…’ rispondeva una voce ignota. E allora proseguivano la loro navigazione senza alcuna paura”.
“Quando è andato in pensione – prosegue la figlia – non è più salito su una barca, ma non passava giorno in cui non andasse a vedere il mare. Era la sua grande passione, un mondo da rispettare e da vivere – diceva lui – anche con timore reverenziale. Era orgoglioso di essere stato un marinaio, ecco perché per lui fu un giorno molto triste quando Schettino lasciò il comando della Costa. ‘Un vero comandante – ripeteva – non può comportarsi in quel modo…’. Lui la sua nave, il Madonna delle Grazie, non l’avrebbe mai abbandonata”.

Negli ultimi anni di vita, però, una luce c’era stata, anzi un bagliore che illuminava le sue giornate un po’ ingrigite dai dolori della vecchiaia: la nascita, un anno e mezzo fa, del suo amatissimo nipote Achille, il bimbo a cui, un giorno, avrebbe voluto raccontare le sue storie di mare.
