7 Novembre, 2026 Cesenatico

Da questa violenza non ci si può difendere

Ci sono violenze dalle quali non ci si può difendere. Non perché siano più forti, più improvvise o più spettacolari di altre. Ma perché si presentano travestite da bene. Indossano i panni della normalità, parlano il linguaggio della premura, assumono il volto della disponibilità. E allora non allarmano, non mettono in guardia, non accendono nessun istinto di difesa. Anzi: rassicurano.

È questo il punto più sconvolgente della vicenda di Forlì (clicca qui), al di là di ciò che la magistratura dovrà accertare fino in fondo, al di là di un processo che dovrà stabilire responsabilità, moventi, verità definitive. Ed è giusto ribadirlo: le accuse vanno provate, le garanzie valgono per tutti, e solo una sentenza potrà dire l’ultima parola. Ma intanto resta, enorme, il trauma di un’immagine che si spezza.

Perché qui non ci troviamo davanti al cliché del mostro. Non c’è il physique du rôle del male al quale il nostro immaginario si è abituato. Al contrario. C’è, stando al racconto pubblico di queste ore, il profilo più distante possibile dalla figura che associamo al pericolo: un ragazzo giovane, sorridente, dall’aria pulita; un operatore sanitario; un ex volontario della Croce Rossa, cioè di una delle istituzioni che, storicamente e culturalmente, più incarnano l’idea del soccorso, dell’altruismo, del servizio agli altri. E proprio per questo lo choc è più profondo. Perché nessuno pensa che una mela marcia possa annidarsi lì, in quel luogo simbolico della cura.

Se davvero dietro quella faccia rassicurante dovessero nascondersi responsabilità così gravi, allora il punto non sarebbe solo giudiziario. Sarebbe umano, morale, perfino filosofico. Vorrebbe dire ammettere che il male non sempre ha i tratti del male. Che può mimetizzarsi nelle pieghe della quotidianità, abitare la porta accanto, sorridere con gentilezza, rendersi persino utile. È una verità che conosciamo già, ogni volta che scopriamo l’orrore dietro vite apparentemente normali. Ma non ci abituiamo mai. E forse non potremo abituarci mai.

Per questo casi come questo fanno così paura: perché ci tolgono un rifugio interiore. Ci strappano l’illusione che basti riconoscere i segni, fiutare il pericolo, distinguere a colpo d’occhio il bene dal male. Non è così. A volte ciò che vediamo non è ciò che è. E allora la difesa si fa fragile, quasi impossibile.

È una lezione amara, persino crudele. Ma necessaria: non si può mettere la mano sul fuoco per nessuno. Non per cinismo, non per disprezzo dell’umanità, ma per lucidità. Perché esiste una violenza tanto più terribile quanto più è ben mimetizzata. E da quella, davvero, non ci si può difendere.

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