22 Settembre, 2026 Cesenatico
I manifesti anti-aborto di Pro Vita erano ingannevoli”

“I manifesti anti-aborto di Pro Vita erano ingannevoli”

Ormai 4 anni fa – erano gli ultimi giorni di dicembre del 2020 – fecero discutere anche a Cesenatico i manifesti del movimento “Pro Vita & Famiglia” contro la pillola abortiva Ru486. Qualcuno, infatti, li affisse sia in viale Roma (dove vennero subito strappati) che nel parcheggio del Monte. E così la campagna schock contro “l’aborto farmacologico” alimentò anche nella nostra città il dibattito spinoso su uno dei temi etici storicamente più complessi. 

“Prenderesti mai del veleno? – chiedeva il manifesto – Stop alla pillola abortiva Ru486, mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”. E ancora “Sapete che la Ru486 può causare emorragie, gravidanze extra uterine, infezioni, setticemie, distruzione del sistema immunitario, depressione e anche la morte?”. Insomma, una crociata vera e propria contro l’aborto, tanto che il Comune di Rimini emanò un’ordinanza apposita per vietarne l’affissione. Anche nel comune di Cesenatico si discusse il da farsi ma, alla fine, sentito il parere del dirigente, si decise di non intervenire perché – come spiega oggi lo stesso ente pubblico – “secondo gli uffici non c’erano gli estremi legali per farlo”. 

In realtà la storia ha dimostrato il contrario perché, dopo la sentenza del Tar, anche il Consiglio di Stato, lo scorso 18 gennaio, ha dato ragione al Comune di Rimini, spiegando che “La libertà di espressione può essere limitata quando il messaggio è diffamatorio, ingannevole o offensivo”. Con questa sentenza dunque viene definitivamente respinto il ricorso dell’associazione Pro Vita & Famiglia presentato dopo che la giunta romagnola aveva vietato l’affissione dei manifesti anti-aborto: “I due organi – spiegano in una nota dal Comune di Rimini – hanno riconosciuto le ragioni dell’ente pubblico nei confronti di un messaggio scientificamente infondato e fuorviante. L’intervento del Comune di Rimini è stato dunque pienamente giustificato”. 

Il motivo per cui il Consiglio di Stato ha correlato la sentenza con il tema della libertà d’espressione è presto detto. Nel ricorso presentato sia al Tar che al Consiglio di Stato l’associazione aveva accusato il Comune di “censura non ammessa”. In particolare, secondo Pro Vita a quel genere di manifesti andava applicato il principio della tutela vigente sulla libertà di stampa. Il Comune, viceversa, aveva vietato l’affissione “perché sul manifesto un medicinale ritenuto sicuro dalla scienza e approvato da Aifa e Ministero della Sanità non poteva essere associato a un veleno”.

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