19 Settembre, 2026 Cesenatico

Quando sulla spiaggia di Cesenatico c’erano le “Panthere” per catturare le anatre

Non erano felini esotici e neppure creature leggendarie. Le “Panthere” che nel Cinquecento popolavano il litorale di Cesenatico erano ingegnosi congegni costruiti per catturare le anatre selvatiche. A raccontarlo è il domenicano e geografo bolognese Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia, pubblicata nel 1550 dopo lunghi viaggi attraverso la penisola.

Percorrendo la costa romagnola, Alberti arrivò davanti a Porto Cesenatico, che descrisse come un approdo capace di ricevere soltanto “qualche picciolo legno”, cioè imbarcazioni di dimensioni modeste, perché tutto il litorale era basso e sabbioso. Ma ad attirare la sua attenzione furono soprattutto alcuni strani impianti disseminati lungo la costa.

“Vedesi lungo questo sito assai artificiosi stromenti”, annotò, precisando che gli abitanti li chiamavano “Panthere”. Servivano “da pigliare le anitre selvagge colle reti” durante l’inverno, soprattutto quando la terra era coperta di neve. In quelle condizioni, aggiungeva il viaggiatore, gli uccelli venivano catturati “in grand’abbondanza”.

Il nome corretto, secondo gli studi sul linguaggio venatorio, sarebbe “pantiere”: antiche postazioni per l’uccellagione diffuse nelle zone paludose e lungo i litorali. Potevano comprendere piccoli specchi d’acqua naturali o artificiali, recinzioni, canneti e grandi reti. In alcune varianti venivano impiegate anche oche domestiche come richiamo: il loro movimento e i loro versi attiravano gli stormi migratori, che finivano poi nelle reti azionate dai cacciatori.

Più che semplici trappole, erano dunque vere macchine inserite nel paesaggio. Alberti le definì “artificiose”, riconoscendo l’abilità tecnica necessaria per costruirle e farle funzionare. La neve, rara ma non impossibile sulla costa romagnola, rendeva probabilmente più difficile per gli animali trovare acqua e nutrimento, concentrandoli nei pochi luoghi predisposti dai cacciatori.

La testimonianza permette anche di immaginare una Cesenatico irriconoscibile. Attorno al piccolo porto non c’erano alberghi, stabilimenti balneari e lungomari, ma dune, acquitrini, canneti e terreni periodicamente sommersi. Un ambiente ideale per anatre, oche e altri uccelli migratori, ma anche per una comunità che ricavava dal mare e dalle zone umide gran parte delle proprie risorse.

Non sappiamo dove fossero collocate esattamente le Panthere né quanto a lungo siano rimaste in uso. È però significativo che, fra porti, città e monumenti, Alberti abbia deciso di annotare proprio quei congegni. Dove oggi si stendono spiagge affollate e quartieri turistici, cinquecento anni fa la costa appariva come una grande zona di caccia: un paesaggio d’acqua e neve, attraversato dagli stormi e punteggiato da reti quasi invisibili.

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