A guardarlo oggi, segnato dal tempo e con l’aspetto di un fabbricato rurale abbandonato, è difficile immaginare una storia tanto articolata. Eppure, dietro il casolare al civico 73 di Via Sbarra, a Villalta, si apre una vicenda che attraversa secoli e varie trasformazioni: quella di un edificio che, secondo la ricostruzione di Bruno Ballerin, sarebbe stato un importante convento, prima di diventare residenza signorile ed infine casa colonica.
Lo racconta proprio l’ex assessore nel capitolo “Metamorfosi” del volume “Lo strato antropico”, pubblicato nel 2012. Ballerin ricorda di aver raccolto indicazioni da Gino Romagnoli, incontrato casualmente al ritorno dal lavoro nei campi, che gli confidò il passato religioso della casa. L’autore volle quindi verificarne le tracce e si trovò davanti ad un interno sorprendente, diverso da quello atteso in una casa contadina.


Entrando nell’edificio e osservandone gli ambienti, dunque, notò come il percorso interno conservava tracce di un’architettura insolitamente raffinata per una casa colonica: un lungo corridoio, una scalinata, soffitti decorati a stucco, stanze ampie e un grande camino.
Dall’oratorio alla residenza signorile
Secondo l’interpretazione dell’autore, le decorazioni e la disposizione degli spazi suggerivano la presenza originaria di un oratorio conventuale. Le successive trasformazioni avrebbero cambiato radicalmente la funzione dell’edificio: da luogo religioso a residenza padronale, fino all’utilizzo come abitazione colonica. Un percorso nel quale gli ambienti si adattarono alle esigenze di chi li abitava, senza mai cancellare del tutto le tracce delle fasi precedenti.
Ballerin approfondisce la vicenda attraverso le mappe storiche conservate all’Archivio di Stato di Cesena e i riferimenti ai possedimenti benedettini nell’area di Bagnarola. Nel racconto compaiono anche la famiglia Magnani, che avrebbe preso possesso di una residenza decorata, e la famiglia Zavalloni, legata alla successiva storia del luogo. Il quadro restituisce così una dimora passata attraverso contesti e funzioni differenti, anche se le pagine non consentono di ricostruire con certezza ogni singolo passaggio di proprietà.



Una mappa del 1590 poi ripresa da Carlo Borboni nel 1772, inoltre, attestava già la presenza sul posto di un convento, circondato da mura perimetrali e dotato di un giardino interno. Ma le origini del possedimento erano ancora più antiche. Come ricostruisce Ballerin stesso, nel 1420 i monaci benedettini di Santa Maria del Monte in Cesena ricevettero da Carlo Malatesta 15 tornature di terreno incolto nella zona di Villa Bagnarola, a sud dell’attuale borgata. Nel 1455 Malatesta Novello aggiunse altre 114 tornature.
Su quei terreni i religiosi edificarono un monastero: un dato storico che offre una chiave di lettura decisiva per comprendere gli elementi architettonici ancora riconoscibili nel casolare di via Sbarra, dalle volte del corridoio alle decorazioni in stucco del soffitto. Per Ballerin, proprio queste tracce trovano così una spiegazione nella storia documentata del luogo.
E a confermarne le origini monastiche è il decreto ufficiale del Ministero della Cultura che, il 7 marzo 2024, ha dichiarato l’immobile di interesse storico-artistico, censito come “Casa colonica già Corte o Giardino di Bagnarola”. Tra il XV e il XVI secolo, cita il documento, Villa Bagnarola divenne la residenza estiva dei monaci benedettini di Santa Maria del Monte in Cesena. La tenuta comprendeva allora terreni e insediamenti lungo il torrente Pisciatello, in un territorio all’epoca segnato da paludi e progressivamente bonificato.


Le tracce che il tempo non ha cancellato
A colpire è soprattutto la ricchezza degli interni descritti nel libro: stucchi, affreschi ormai sbiaditi, decorazioni che rimandavano a un ambiente di rango superiore a quello di una comune abitazione agricola. Elementi che, insieme alla ricerca archivistica, hanno spinto l’autore a interrogarsi sulle origini dell’edificio e sui legami con gli insediamenti religiosi della campagna cesenate.


Oggi, mentre la struttura versa in condizioni fatiscenti, quella storia riaffiora tra le pagine di Ballerin. Non una leggenda da dare per certa in ogni dettaglio, ma una ricerca pragmatica che invita a guardare diversamente un casolare dimenticato: dietro le mura consumate dal tempo, infatti, potrebbero sopravvivere le ultime tracce di un autentico patrimonio storico ancora da ricostruire.
Resta il contrasto fra ciò che la struttura appare adesso e ciò che potrebbe aver rappresentato. Il rudere non racconta da solo il passato, ma conserva indizi che – letti con pazienza – possono restituire una parte della memoria collettiva del territorio. Il casolare di Via Sbarra non è soltanto un edificio fatiscente: è una traccia da interrogare. Perché sotto le trasformazioni della campagna, a volte, sopravvivono storie che rischiano di scomparire insieme alle pietre.